Il malcontento della classe media statunitense, impoverita dalla grande recessione, non impedirà all’intero establishment di rinnovarsi, rigenerarsi e riprodursi con metodi perfettamente democratici. In America gli spin doctor, o pubblicitari della politica, sono dei prestigiatori infallibili. È “la ribellione delle élite” raccontata dal sociologo e professore universitario Christopher Lasch, è il tradimento della democrazia trasformatasi, parafrasando Noam Chomsky, la più grande plutocrazia del mondo. Qualche milione di dollaro e un abito nuovo possono bastare per lanciare un prodotto, nuovo o usato, e farlo eleggere ai vertici della Casa Bianca. È la storia di Barack Obama, come quella di Hillary Clinton, che recentemente, ha ufficializzato la sua candidatura alle prossime presidenziali.

Nel 2013, un film intitolato “The Butler”, raccontava le emozioni, le inquietudini e le battaglie del popolo afro-americano negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta attraverso la vera storia di Eugene Allen, maggiordomo della Casa Bianca per più di trent’anni, dal 1957 al 1986, da Eisenhower a Ronald Reagan. In un costante dialogo conflittuale tra passato e presente, tra padre e figlio, emergono le due figure inventate da Malcolm X per descrivere la condizione dei neri d’America. Al “negro da fatica” si contrappone “il negro da cortile” che “vive in casa, accanto al suo padrone, nella casa padronale, giù nel seminterrato o su in soffitta”, che “è ben vestito e mangia a sufficienza, i resti del padrone ovviamente”, che “adora il suo padrone, più di quanto egli ama se stesso”. Così mentre Forest Whitaker, nei panni di Cecil Gaines, serve amabilmente la corte della Casa Bianca, il figlio Louis è in piazza che combatte contro le discriminazioni razziali del governo, prima al fianco di Martin Luther King, poi con le “Black Panthers”. Dopo una serie di vicissitudini storiche, Cecil prenderà coscienza di sé e dei propri diritti, dimettendosi e prendendo, durante la campagna  elettorale del 2008, una posizione politica accanto al figlio. È lì che il film di Lee Daniels perde tutta la sua forza simbolica e smaschera, involontariamente, il più grande prodotto politico-pubblicitario degli ultimi anni: Barack Obama.

In quegli anni, come nel 2012, le elite mondializzate sono riuscite a far eleggere un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti. Il primo presidente “black” titolavano i giornali di tutto il  mondo, proprio per sottolineare il nuovo volto dell’America multiculturale, egualitaria, pacifista, moderata, democratica. Ma in realtà la sua doppia vittoria su McCain e su Romney, entrambi bianchi, è servita, oltre che a recuperare tutto l’elettorato afro-americano, a mascherare la prosecuzione di una dottrina militare, razziale e suprematista, quella neoconservatrice firmata da George Bush dopo gli attentati dell’11 settembre, che mira alla colonizzazione di Africa, Vicino e Medio Oriente. Barack Obama, nel suo mandato da presidente, ha infatti ordinato l’aggressione alla Libia, al Mali, alla Costa d’Avorio; ha firmato le sanzioni economiche contro l’Iran; si è intromesso nella politica interna siriana; ha appoggiato il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani nel Nordafrica; non ha interrotto l’ingerenza statunitense in Afghanistan ed in Iraq, né condannato i raid israeliani su Gaza, né tantomeno ostacolato l’Isis, anzi, alcune notizie dimostrano l’esatto contrario.

Aveva ragione Malcolm  X quando diceva che di “neri da cortile ce ne sono ancora tanti in giro”. Obama è uno di questi. E se pensavamo di aver visto tutto ci sbagliavamo perché nel 2016 verrà probabilmente eletto il “nuovo” prodotto politico-pubblicitario lanciato dagli spin doctor americani: Hillary Clinton, prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Già senatrice, già first lady, già segretario di Stato. La violenza neo-liberale di Wall Street, la propaganda hollywoodiana, il degenerato american way of life e la brutalità dell’apparato bellico statunitense avranno un nuovo volto. Non più nero, ma femminile. E sarà Progresso.