Non conta solo quanti soldati schieri sul campo, se le tue armi sono altamente sofisticate per la battaglia, se i tuoi alleati ti tradiranno durante le operazioni militari, se la raffica del kalashnikovtrancerà o meno il nemico. La guerra, prima ancora che nelle steppe fangose, nei deserti aridi, o dentro le trincee scavate nel sottosuolo, si combatte, oggi, nel salotto di casa dell’uomo occidentale a colpi di notizie perfettamente gerarchizzate, orientate, a volte persino fabbricate in toto.L’informazione è un rullo compressore che alterna “spirale del silenzio” e sovra-esposizione in funzione di un’agenda politica oppure semplicemente sulla base di un sistema basato su trendtopic, algoritmi, hashtag e flussi di notizie. Se ne parla perché tutti ne parlano altrimenti si tace perché non se ne deve parlare. Chi ha studiato la sociologia della comunicazione, insieme ai testi fondamentali di Edward Bernays e Walter Lippman dovrebbe sapere perfettamente che l’ingegneria del consenso (a scopo militare) attraverso la forza dei massmedia è un’arte vecchissima utilizzata da sempre nelle cosiddette democrazie occidentali.

Questa meccanica dell’informazione – che riporta al plurale le stesse cose – si regge su un sistema piramidale secondo il quale una notizia diffusa da un “autorevole colosso”, avrà un peso maggiore rispetto al caso in cui quella stessa notizia venga data da un giornale minore, da un sito sconosciuto oppure da un giornalista freelance“Lo ha detto” il New York Times, la BBCRepubblica, Roberto Saviano dal palcoscenico di Rai 1 mica un reporter qualsiasi (che magari si trova anche sul posto!). L’avvento di internet e dei social network – in primis Facebook e Twitter -, con tutti i suoi limiti, ha invertito questo schema offrendo la possibilità ai nuovi opinion maker che non trovano spazio nei salotti beneducati della democrazia di produrre contenuti alternativi e diffonderli senza il filtro di un caporedattore. Se voglio rispondere ad un volto noto e contestarne una posizione politica, invece di mandare una lettera ad un giornale che tanto la cestinerà seduta stante, mi auto-pubblico e saranno gli utenti stessi a giudicarne la validità. Non è un parametro sufficiente per valutarne l’autorevolezza, ma chi comunica avrà di sicuro maggiore libertà per smarcarsi dal marasma virtuale e costruirsi una credibilità propria.Il tempo, ancora una volta, è il vero padrone delle nostre vite.

La guerra in Siria racchiude tutte queste contraddizioni. Lo dissi poco tempo fa ad una conferenza svoltasi al Senato della Repubblica Italiana che affrontava l’argomento: “non è vero che non si è parlato abbastanza della guerra in Siria, anzi, se ne è parlato troppo e male”. Paradossalmente infatti in questi lunghi sette anni il lettore o il telespettatore occidentale conosce bene le conseguenze tragiche della guerra – i morti, le distruzioni, i feriti – trascinato da una spettacolarizzazione del dolore, ignorandone completamente le cause più profonde. Ora è curioso come in pochissime settimane si è passati da una sovra-esposizione mediatica ad una “spirale del silenzio”non appena l’evoluzione dei rapporti di forza – nel teatro bellico come nei tavoli diplomatici internazionali – sono andati diversamente da quelli auspicati dagli apprendisti stregoni.

Il presunto attacco chimico a Duma, nella Ghouta Orientale, del 7 aprile 2018 – seguito da una campagna mediatica d’indignazione a reti unificate che preparò il terreno alla doppia offensiva di Stati Uniti, Francia e Inghilterra con missili e bombardieri – riassume tutto quello che è stato scritto fino ad ora. Non solo in quell’occasione furono riportate per l’ennesima volta notizie di seconda, terza, quarta mano, pescate un po’ dappertutto, copiate e incollate senza alcuna verifica, ma per di più senza uno straccio di prova, le dita dei capi di Stato di mezzo mondo indicavano un solo colpevole: Bashar Al Assad. Prime pagine dei giornali, aperture dei telegiornali, raccolte fondi per la Siria, fotografie scattate da presunti VIP con il naso e la bocca tappati. In pochi, nel frastuono nella disinformazione lacrimevole, eravamo a denunciare questo scempio. Per etica professionale, per onestà intellettuale, per amore di una professione che va fatta sul campo e non dai salotti televisivi. Il tempo è padrone delle nostre vite, ma sa essere persino galantuomo, e rimette a posto tutte le cose. Dicemmo che si trattava con molte probabilità di un’operazione di spin off mediaticoavevamo ragione noi. Prima ci furono le testimonianze dei superstiti a quel presunto attacco chimico alla Corte dell’Aia  – medici, infermieri, abitanti di Duma – i quali dicevano di non aver visto i segni dell’uso di armi chimiche, poi è arrivato questo venerdì come una bomba il primo rapporto preliminare – nel frattempo le indagini stanno proseguendo – degli investigatori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) in cui si esclude categoricamente l’utilizzo del gas nervino come dimostrato dai campioni ambientali o nel sangue prelevato dalle presunte vittime. Peccato però che nonostante l’ufficialità della notizia, questa non trova spazio sui maggiori mezzi d’informazione né viene riportata con lo stesso entusiasmo con cui invece si demonizzava il governo siriano all’indomani dell’offensiva militare. Lo abbiamo detto all’inizio e qui ci fermiamo: l’informazione è un rullo compressore che alterna “spirale del silenzio” e sovra-esposizione in funzione di un’agenda politica oppure semplicemente sulla base di un sistema basato su trendtopic, algoritmi, hashtag e flussi di notizie. E, come diceva Pasolini, “chi si indigna è sempre banale, e aggiungo, o male informato”. Lettore avvisato.