Nel calcio moderno delle signorine qualche uomo è rimasto. Nel bel mezzo degli sponsor, delle macchine di lusso, dei petti depilati, dei tatuaggi, dei doppi tagli, delle mignotte, dei selfie (l’unico tollerabile è stato quello di Totti sotto la  curva Sud  dopo il gol di mezza rovesciata nel derby della capitale: in quel gesto c’è ingenuità, insicurezza, impaccio, dunque simpatia del calciatore romano), è emerso l’attaccante della Fiorentina Mohamed Salah. Patriota egiziano e faraone di Firenze, è arrivato nei Viola a Gennaio dal Chelsea in cambio di Cuadrado. Da qualche settimana nello stadio Artemio Franchi si sente incessantemente questo coro “siamo venuti fin qua, siam venuti fin qua, per vedere segnare Salah, oooh oooh oooh!”. Con Mourinho aveva poche presenze, ora invece che gioca, dribla e segna, è stato soprannominato il Messi d’Egitto dai suoi compatrioti, mentre i pizzaioli egiziani della città hanno inventato la “pizza Salah”. Addirittura, Shima Saber, conduttrice di un Tg sportivo sul canale egiziano Al Nahar, la settimana scorsa è andata in onda indossando la maglia della Fiorentina. Lui per ringraziarli del calore ricevuto, pare abbia donato 60mila euro alla comunità islamica di Firenze.

Non stupisce da uno che ha lo stesso nome del Profeta e che quando segna, prima esulta, poi si inginocchia sul prato, per ringraziare l’Altissimo, Allah. Preferisce il silenzio Salah al chiasso della modernità. Sottomettendosi onora il Sacro (la parola “Islam” significa “sottomissione”). Non passa inosservato in un sistema calcistico occidentale dove alcuni giocatori, sedicenti cristiani, si limitano a quel gesto pietoso, con la mano che tocca l’erba del campo prima di farsi il  segno della croce per infine baciarsi il pollice e l’indice. Loro non si sottomettono, preferiscono porsi al di sopra di Dio, perché in fondo si credono Dio. Accarezzati dalle telecamere e dalle banconote.

Capelli ricci, barba incolta, un volto umile. Mohamed Salah indossa la maglia con il numero 74 per ricordare i morti degli scontri di Port Said, avvenuti nel febbraio del 2012. Era ancora in Egitto, nei tumultuosi mesi successivi alla destituzione di Mubarak e giocava nell’Al Mokawloon. Quel giorno i tifosi locali dell’Al Masry attaccarono quelli dell’Al-Ahly, e fu un massacro. Si ricorda da dove viene e molto spesso torna a casa per incontrare i bambini egiziani malati di cancro. Ma c’è un scorcio di vita nella sua giovane carriera calcistica che è  ancora più importante.

Era il giugno del 2013 e giocava nel Basilea. Nel pre-partita del preliminare di Champions contro il Maccabi Tel Aviv, si rifiutò di stringere la mano agli avversari, preferendo rimanere a bordocampo ad allacciarsi le stringhe. Il gesto fu simbolicamente ripetuto nello scontro di ritorno, Quella volta però invece di mettersi a bordo campo preferì dare il “pugno chiuso”, sempre nel pre-partita, invece della stretta di mano. “Palestina.  Così si chiama quel paese, e io ci vado per segnare e vincere, affinché la bandiera sionista non sventoli in Champions”, disse ai giornalisti che gli chiedevano il perché di quella decisione calcisticamente scorretta.