“La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione […] La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”. A creare scompiglio tra le pagine benpensanti di Repubblica è stato Jean Claude Michéa, filosofo nato nel 1950, riapparso di nuovo in Italia dopo la recente pubblicazione de I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto (traduzione di Roberto Boi, pagine 128, euro 15, ed.Neri Pozza). Se L’impero del male minore (Libri Scheiwiller, 2008) eIl vicolo cieco dell’economia. Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo(Elèuthera, 2012) sono passati inosservati, l’ultimo pamphlet di Michéa invece fa già parlare di sé dopo aver fatto tremare circa una settimana fa i lettori del quotidiano lib-lib fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Ezio Mauro.

In Francia sono anni che il filosofo viene considerato dagli ambienti progressisti come un “neo-réac” (neo-reazionario) comodo al lepenismo, eppure Michéa è stato iscritto al Partito Comunista fino al 1976 e si definisce un pensatore libero da qualsiasi etichetta partitica. Tempo fa Marine Le Pen rimase piacevolmente colpita dopo aver letto Impasse Adam Smith– libro che non è stato tradotto in italiano – tanto da fare sue molte di quelle tesi anti-utilitariste, anti-capitaliste e anti-progressiste. Il substrato della saggistica di Michéa – che neI misteri della sinistra si attualizza a tal punto da spiegare perfettamente la crescita di consensi del Front National – riesce a raccontare in chiave filosofica e storica la progressiva trasformazione della sedicente galassia post-marxista che di fatto ha letteralmente abbandonato il petit peuple (ceto produttivo) forgiando la propria identità sul piano esclusivo della rivendicazione societale della lotta per i diritti (civili più che sociali). Con il passare degli anni la sinistra occidentale ha rinnegato qualsiasi forma di legame comunitario (la nazione, la fabbrica, la logica del dono, ma anche la società patriarcale fondata sulla tradizionale famiglia operaia) diventando per il filosofo francese “la sola erede legittima dell’Illuminismo”, dunque “l’avanguardia più determinata di tutte le modernizzazioni concepibili, siano esse di ordine tecnologico, politico o morale”. In poche parole la migliore alleata del capitalismo.

Così quel proletariato del terzo millennio che va dall’operaio al piccolo imprenditore che detiene i mezzi di produzione, si è trasformato per chi diceva di esserne portavoce naturale, in una classe considerata reazionaria, provinciale, becera, omofoba, oscurantista, analfabeta, xenofoba, perché ostile a quei valori del liberalismo culturale tanto cari ai fautori del Progresso, del Cambiamento e dell’Uguaglianza. Non solo si è allargata la frattura tra i salotti e le banlieues, peggio, ora le banlieues guardano al Front National. Con il Paese che si impoverisce anno dopo anno l’Eliseo potrebbe essere conquistato da chi sarà in grado di attualizzare la lotta di classe. Non più quella tra la borghesia e proletariato ma tra l’alto e il basso. Uno slogan già sentito più volte nei discorsi di Marine Le Pen, l’ultima dei marxisti come direbbero i lettori di Michéa.

Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale