Il Fronte Nazionale fondato da Jean Marie Le Pen è rimasto per decenni (dal 1972 fino agli anni Novanta) una corrente “identitaria e radicale” – molto simile al Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta e a quei partiti attuali dell’estrema destra nordica che si rifanno ad un certo neoconservatorismo di importazione Usa – che incentrava le sue battaglie sull’immigrazione e la sicurezza con un modus operandi legato ad una logica passatista. A seguito della caduta del muro di Berlino e con il rimodellamento del continente europeo (firma del Trattato di Maastricht prima e quello di Lisbona dopo), il Fn ha poco a poco fatto slittare i cardini del suo manifesto politico dalle questioni identitarie (“Vichysmo” e “Algeria francese”) e migratorie (lotta all’immigrazione) a quelle economiche (uscita dall’Euro), sociali e di liberazione nazionale (riappropriazione della sovranità politica) capovolgendo radicalmente il modo di fare politica. Nel 2010, il discorso di Parigi fissa un punto di svolta per il partito: Jean Marie Le Pen dichiara guerra al mondialismo, all’eurocrazia e al Libero Mercato e un anno dopo nel 2011 lascia il timone del partito alla figlia (eletta con il 60 per cento dei voti du Bruno Golnisch).

Definita la “nouvelle Jeanne D’Arc”, Marine Le Pen rimane fedele alla linea politica esposta dal padre nel discorso di Parigi e la riconferma nel discorso del 22 aprile, poco prima delle elezioni presidenziali del 2012. MLP ha fatto evolvere l’intero discorso frontista, non tralasciando la questione dell’immigrazione in una Francia che non può rifiutare un multirazzialismo figlio della sua storia coloniale, ma mettendolo semplicemente in secondo piano. Di fatto ha messo sul tavolo il concetto di sovranità nazionale e di giustizia sociale come priorità della politica e ha mostrato un forte interesse nella lotta contro l’anarco-capitalismo e la finanza apolide.

Questo atteggiamento politico è stato giudicato positivo e promettente dal governo russo che recentemente ha invitato la leader del Fronte Nazionale a Mosca. Marine Le Pen è stata accolta dal capo dell’amministrazione presidenziale Sergueï Narychkine e dal presidente del comitato degli Affari esteri della Duma, Alexeï Pouchkov, con i quali ha affrontato diverse questioni (e soluzioni condivise) come l’aggressione straniera alla Siria di Bashar Al Assad, l’immoralità della legge sulle nozze gay, l’utilità della Nato nel progetto atlantista e le perversioni autoritarie dell’Unione Europea. “Come noi, i russi sono attaccati alla loro identità e alla loro cultura e si rifiutano di sottomettersi al modello ultra-liberista e globalista” ha spiegato Marine Le Pen ai microfoni dell’agenzia di stampa russa Ria Novosti. “Nel 2005, suo padre Jean Marie Le Pen ha sostenuto la costruzione di un’Europa delle nazioni “da Brest a Vladivostok”, un’idea precedentemente affermato da De Gaulle. L’Europa può essere libera dalla tutela degli Stati Uniti e riorientare su uno spazio continentale?” ha domandato la giornalista alla leader del Fronte Nazionale che prontamente ha risposto “Si, io ci credo ed è in questa direzione che si orienta la mia politica. Dobbiamo liberarci dell’Unione Europea, una struttura soprannazionale e anti-democratica”.

Non è un caso infatti che Vladimir Putin veda in Marine Le Pen l’unico erede del gollismo in Francia e in Europa (una “terza via” che venne spezzata dal Sessantotto francese). Agli albori della guerra fredda, l’ideale perseguito da Charles De Gaulle era quello di rompere il bipolarismo americano-sovietico al fine di creare un mondo multipolare. Visionario com’era, sapeva che prima o poi uno dei due blocchi avrebbe vinto il braccio di ferro, di conseguenza la storia dei popoli e delle nazioni sarebbe stata a senso unico poiché il mondo sarebbe stato ad una dimensione. Già nel 1958, appuntò sul suo diario privato una nota rivolta agli americani e agli inglesi: “la Nato non corrisponde più alle necessità della nostra difesa”. Nel 1960, armò la Francia con tanto di bomba atomica e nel 1966, dopo il celebre viaggio nella Mosca sovietica, inviò una lettera al presidente americano Lyndon B. Johnson in cui annunciava la chiusura di 29 basi militari atlantiche e l’uscita di Parigi dal comando integrato della Nato in nome della “sovranità nazionale francese”.

Fonte: Rinascita