In principio parlano i voti assoluti. In Umbria ha stravinto la coalizione di centro-destra, con la Lega che tiene la percentuale altissima conquistata alle elezioni europee e Fratelli d’Italia che raddoppia i consensi. A prima vista sembrerebbe che la scelta di Matteo Salvini di aprire la crisi di governo con il Movimento 5 Stelle, in linea con la volontà di capitalizzare il sentimento popolare degli italiani che lo vede in testa ai sondaggi, sia giusta, anche se questa sfida era piuttosto facile (senza nulla togliere alla campagna elettorale perfetta del leader della Lega). L’Umbria uscita dallo scandalo targato PD sulla sanità, si presentava insieme ad un Movimento 5 Stelle indebolito, sulla scia di una manovra finanziaria tutt’altro che seducente sul piano comunicativo ed elettorale. Bastava farsi un giro sui profili social di Matteo Salvini per vedere come sarebbe andata a finire, eppure i partiti di governo hanno scelto, sbagliando, di perdere insieme quando sarebbe stato più intelligente perdere divisi. Non a caso Matteo Renzi a Narni non c’era per la foto di gruppo. L’Umbria non è l’Ohio ma così hanno offerto sul piatto d’argento dell’opposizione l’argomento degli argomenti: “andare alle elezioni subito”.

Nei ranghi del Movimento 5 Stelle è subito caccia al colpevole. Insomma “uno vale uno” solo quando vince. La realtà è che Luigi Di Maio, pur essendo il capo politico, non ha nessuna responsabilità sulla sconfitta. Anzi. Luigi Di Maio è stato l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – al momento delle consultazioni a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma fu messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico). Infatti lui stesso ha preferito andarsene al Ministero degli Affari Esteri, prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, così da accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena. Luigi Di Maio non è responsabile ma una vittima sacrificale del governo giallo-rosso che merita rispetto. Altro che “bibitaro”, tutti quelli che lo hanno conosciuto ammettono di aver davanti una persona brillante, instancabile, studiosa, ambiziosa quanto basta per rispettare i propri impegni con responsabilità e senso di appartenenza alle istituzioni. Ma come tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle soffre “del complesso di popolarità a debito”: senza Beppe Grillo non sarebbero nessun deputato sarebbe mai diventato così influente per cui la notorietà individuale viene messa al servizio della comunità.

«Era un esperimento. Non ha funzionato. Il patto Pd-M5S è una strada impraticabile» (il commento di Luigi Di Maio dopo l’uscita dei risultati in Umbria).

Ad ogni modo i risultati del voto in Umbria seguono perfettamente l’andamento elettorale tracciato dalle europee di maggio. Matteo Salvini cresceva nei consensi da Ministro degli Interni, e ha sigillato quei consensi anche all’opposizione grazie ad un populismo formale-comunicativo (caudillo, comiziante, espressione del sentimento popolare) più che sostanziale-programmatico (rimane pro-Euro, pro-Nato, pro-mercato). Dal punto di vista elettorale e sociologico la Lega si iscrive in continuità col Partito Comunista Italiano (andate a chiedere per chi hanno votato in massa gli operai delle acciaierie di Terni), perché già come spiegano il filosofo Jean Claude Michéa e il sociologo francese Christophe Guilly “nelle democrazie occidentali le classi popolari e quelle medie impoverite non votano più a sinistra”. E qui si pone un problema per il medio e lungo periodo. La coalizione di centro-destra è destinata a implodere se non risolve la questione ideologica interna. Citando una frase di Alain De Benoist pronunciata in questa terza edizione di Libropolis: “quei liberali, nazionalisti o conservatori, dovranno capire prima o poi che è impossibile voler difendere quel sistema di mercato capitalista e allo stesso tempo i valori tradizionali che quel sistema di mercato capitalista non smette di distruggere da decenni”.