Ho avuto modo di conoscere Pippo Corigliano, direttore dell’Ufficio informazioni della Prelatura dell’Opus Dei in Italia, qualche mese fa ad una cena organizzata da un’associazione culturale cattolica. Prima di quella sera non lo avevo mai visto se non in televisione in qualche trasmissione della Rai. In compenso avevo già letto “Cammino” di Josemaria Escrivà (fondatore dell’Opus Dei) per pura curiosità, conoscevo dei numerari e dei soprannumerari (“fedeli laici” dell’Opera), e ho amici stretti e lontani che vorrebbero diventare membri attivi. Furono proprio loro ad invitarmi a quella cena. Con Pippo Corigliano ero stato schietto fin da subito, mi era sembrata una persona piuttosto aperta al confronto, curiosa ed entusiasta di stare in mezzo ai giovani. Gli ho parlato privatamente de “L’Intellettuale Dissidente”, del libro “Il Potere” che ho scritto con Lorenzo, della mia visione del mondo, delle contraddizioni del mondo moderno, dei nemici del cattolicesimo. Lui, sorridente e con un’aria alquanto sorpresa mi disse: “ti devo dare un libro, però me lo devi ridare perché c’è la dedica autentica di Ettore Bernabei”. Ci scambiammo i contatti, lo vidi il giorno dopo e me lo prestò.

pipo“L’Italia del miracolo e del futuro”, un saggio di 230 pagine che raccoglieva una conversazione tra Pippo Corigliano e Ettore Bernabei, direttore generale della Rai dal 1960 e il 1974. Non ero ancora nato in quegli anni ed in realtà sapevo poco di quest’uomo, poche settimane prima però avevo letto un articolo del grande Massimo Fini intitolato “La Rai era meglio quando era peggio” pubblicato sul Fatto Quotidiano. Parlava di Bernabei, “un uomo geniale” che aveva “un’idea dirigista” della Rai poiché la sua vocazione “era di ‘educare’ il popolo italiano, di elevarne la cultura”, e “poteva farlo perché agiva in regime di monopolio e non doveva tener conto dell’audience” (M.Fini).

“La televisione ha un potenziale esplosivo, superiore a quello della bomba atomica. Se non ce ne rendiamo conto rischiamo di ritrovarci in un mondo di scimmie ingovernabili”, diceva Ettore Bernabei, e così fu. Prima con la lottizzazione e poi con la progressiva liberalizzazione/privatizzazione (tirannia della pubblicità, fondamentalismo dell’audience, contenuti mediocri). L’articolo di Fini aveva come al solito suscitato il mio interesse, e in pochi giorni ho terminato il libro di Bernabei e di Corigliano. Rimasi incredibilmente sorpreso. Le parole dell’ex direttore generale erano travolgenti perché affossavano la “storia ufficiale”. Ettore Bernabei era stato politicamente scorretto, coraggioso, rivoluzionario perché aveva detto la verità. Sentire un uomo che è stato testimone diretto e protagonista della storia italiana ed internazionale descrivere i retroscena del Bel Paese con questa lucidità, violenza e semplicità, era notevole. Con quelle parole Bernabei rompeva tutti i tabù, dalla destabilizzazione dell’Italia (foraggiata dall’estero) iniziata nel Sessantotto e perpetuatasi fino agli anni Ottanta, ai circoli “cultural-finanziari” che l’avevano organizzata, dall’uccisione di Enrico Mattei e di Aldo Moro fino all’attacco mirato a Bettino Craxi con Mani Pulite, dall’informazione al servizio della finanza internazionale al predominio odierno delle banche.

Riconsegnai a Pippo Corigliano il libro, e poche settimane dopo mi invitò ad un incontro privato con Ettore Bernabei a Roma negli uffici di Lux Vide in via settembrini 17, davanti a quelli della Rai, per parlare di un corso di formazione sulla comunicazione che doveva iniziare da qui a poco. Accettai, e venerdì 24 gennaio andai all’incontro. Eravamo quindici persone riunite intorno ad un tavolo rettangolare all’interno di una sala piuttosto semplice. Una decina erano ragazzi, io ventunenne ero il più giovane, poi c’erano gli organizzatori del corso di formazione e Pippo Corigliano. Bernabei non era ancora arrivato. Ci presentammo uno per volta. Tutti “plurilaureati”, io ero l’unico “non laureato per scelta”. Alla fine del giro delle presentazione arrivò “il presidente”.  Ettore Bernabei era di media statura e si portava i suoi 93 anni in una maniera eccezionale. Si sedette a capotavola e iniziò a parlare per circa un’ora e mezza del suo vissuto e del suo pensiero. “Ho lavorato per tutta la vita nell’ambito giornalistico ma vi vorrei parlare prima di una cosa più importante – ha esordito –, per tutta la vita ho dormito nello stesso letto di mia moglie e ne vado fiero. Nonostante il mio lavoro non avesse pause all’ora di cena stavo sempre a tavola con tutta la mia famiglia e non parlavo mai di lavoro. Parlavamo di noi”. Poi ha raccontato il suo pensiero fuori dagli schemi. Avevo già letto il libro e ormai lo conoscevo, ma rimaneva un monologo eccitante. Parlava delicatamente dell’ideologia anglo-americana, della strategia di destabilizzazione dell’Italia, degli intrecci geopolitici ed internazionali, della pianificazione di deindustrializzazione (“eravamo la settima potenza industriale! Un Paese ricco! Ma soprattutto un modello per il mondo intero! Eravamo scomodi!”) e di smantellamento dell’economia mista che reggeva l’Italia del miracolo. Verso la fine ha alzato i toni quando si è parlato dei massmedia odierni e del cattivo uso di internet. “Non credete a quello che vi dicono i giornali e la televisione! La storia ufficiale è un’altra! Questi sono diventati  strumenti di controllo sociale!”, ha esclamato. Si stava meglio quando si stava peggio? Non saprei, ma una cosa è certa: l’Italia era un grande Paese fatto di grandi uomini. Lor Signori l’hanno distrutta.  Processiamoli e riprendiamocela.

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