“L’Occidente pagherà caro nel cuore dell’Europa e degli Stati Uniti il suo appoggio ad al Qaeda in Siria, in Libia e altrove” aveva detto recentemente il presidente della Repubblica araba siriana Bashar Al Assad.

Profetico, ancora una volta. Ieri mattina un’autobomba è esplosa davanti all’ambasciata francese a Tripoli, ferendo due guardie francesi, una delle quali sarebbe in gravi condizioni e, causando ingenti danni all’edificio. Non è la prima volta che nella Libia “liberata” dagli stessi occidentali succedono episodi del genere. L’anno scorso infatti in un attentato contro la sede diplomatica statunitense a Bengasi avevano perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre cittadini nordamericani.

Le condanne sono arrivate dal presidente François Hollande al ministro degli Esteri Laurent Fabius, passando per il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen. Dagli stessi che circa due anni fa idearono l’operazione “Odyssey Dawn – Harmattan” (due nomi diversi – il primo angloamericano, il secondo francese – per la stessa missione), diventata poi “Unified Protector” con il cappello Nato. Esattamente due anni fa gli aerei Rafale e Mirage bombardavano le città libiche, seminavano panico e terrore tra la popolazione, distruggevano le infrastrutture (dagli ospedali alle università), uccidevano i civili. Ma soprattutto smantellavano l’unità nazionale realizzata dalla rivoluzione della Grande Jamahiriya di Muammar Gheddafi. La loro guerra la chiamavano missione umanitaria. Il deserto lo chiamavano pace.

Oggi la situazione sembra ben diversa da quella sbandierata dopo “la presa di Tripoli”. Con la morte dell’ambasciatore statunitense l’anno scorso e l’attentato alla sede diplomatica francese ieri, l’Occidente raccoglie l’odio che ha seminato in tutti questi mesi dopo l’intervento militare in Libia. La politica estera francese fondata sul neo-colonialismo (vedi il Mali), sul revanscismo (vedi la Siria) e sul modello imperiale statunitense (vedi proprio la Libia), rischia di mettere in pericolo non solo i cittadini residenti all’estero, ma anche quelli che stanno sul territorio. Col pretesto di combattere il terrorismo l’Occidente lo sta fomentando in tutto il mondo, compreso sul suo suolo. Le bombe scagliate due anni fa sulla capitale libica ne sono la prova. Hanno provocato solo sangue, miseria, distruzione e odio. Nient’altro.

La Libia “liberata” è stata divisa, frammentata, assassinata, ora contesa da una miriade di fazioni regionaliste, claniche, etnico-tribali e religiose. La “nuova” Libia è una giungla dove vince il gruppo armato più forte, dove circolano armi senza che lo Stato possa averne il controllo, dove l’esercito centrale non è riconosciuto in alcune regioni e quindi non può accedervi. La democrazia “prêt à porter” franco-americana è stata un fallimento tanto da ritorcersi contro gli stessi che l’hanno esportata con le armi.

Fonte: Rinascita