“Siate uomini e donne di mondo, ma non siate uomini o donne mondani”

Josemarìa Escrivà 

Tra i “credenti” che allontanano le persone dal cattolicesimo, oltre agli affaristi e ai rigoristi, ci sono anche i mondani. Lo ha detto Papa Francesco venerdì nella Messa mattutina a Casa Santa Marta commentando il brano evangelico del cieco Bartimèo che grida verso Gesù per essere guarito e che viene rimproverato dai discepoli perché taccia. Il messaggio è essenziale ma è passato sottotraccia persino nei grandi giornali di area cattolica. Va a colpire i fedeli che non danno testimonianza: cristiani di nome, cristiani di salotto, cristiani di ricevimenti, cristiani che seguono Gesù e la mondanità, che pretendono il cielo e la terra.

Quel cristiano, ha affermato il Pontefice, riecheggiando il profeta Elia, “zoppica su due gambe” perché non sa cosa vuole: “seguire Gesù dal punto di vista umano non è un buon affare: è servire. Lo ha fatto Lui, e se il Signore ti dà la possibilità di essere il primo, tu devi comportarti come l’ultimo, cioè nel servizio. E se il Signore ti dà la possibilità di avere beni, tu devi comportarti nel servizio, cioè per gli altri. Sono tre cose, tre scalini che ci allontanano da Gesù: le ricchezze, la vanità e l’orgoglio. Per questo sono tanto pericolose, le ricchezze, perché ti portano subito alla vanità e ti credi importante. E quando ti credi importante ti monti la testa e ti perdi”.

Pietro chiese a Gesù cosa avrebbero avuto in cambio i discepoli nel seguirlo. “Nulla”. Rispose invitandoli a spogliarsi di tutti i loro beni. La fede è una scelta radicale: “I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi; chi è primo fra di voi si faccia il servo di tutti”, disse. E Pietro lo seguì. Così sin dal tempo delle prime polis greche passando per la società medievale fino ai vecchi regimi europei di stampo monarchico, l’aristocrazia – aristoi, dal greco “i migliori” – con il suo sistema valoriale, ha guidato gli affari della cosa pubblica facendo rispettare la dike (giustizia) e punendo l’hybris (la dismisura). Di fatto la nobiltà, ben radicata nel contesto provinciale o urbano, ne era parte integrata, come patrona da un lato, facendo da modello, esempio e simbolo, e serva, dall’altro, obbligata a garantire l’ordine sociale i valori della comunità. Noblesse oblige signifiva proprio questo.

La nuova aristocrazia dei nostri tempi invece galleggia nel cattolicesimo-spettacolo. “I migliori” sono caduti e con essi quella religione con il suo substrato intriso di tradizione, valori pre-politici e codici cavallereschi, quali umiltà, semplicità, povertà, carità e servizio. Così il Sacro scompare silenziosamente nei popoli dell’Occidente, i quali cercano altre forme di religosità (dall’orientalismo all’oroscopo quotidiano) oppure si abbandonano al “consumo della spiritualità” che si traduce esclusivamente nella partecipazione ad eventi di massa (pellegrinaggi, giornate mondiali, volontariato, fiere di beneficienza, ecc.). Tutti a inseguire la mondanità da quando l’aristocrazia ha tradito se stessa. Ieri affacciata sulla comunità, oggi mondana, settaria e autoreferenziale. Una mano sul cuore e una sul portafoglio, attaccata ai beni materiali si pulisce la coscienza una volta l’anno nelle fontane di Lourdes.

“La virtù? Essa non è che nei campi” scriveva agli inizi dell’Ottocento lo scrittore Vincenzo Cuoco in Platone in Italia. Se prima era l’aristocrazia a guidare il popolo contadino verso le vette più alte della morale, dunque della virtù, oggi è l’esatto contrario. Lo spirito mondano diventa tribalismo e si annulla di fronte alla grandezza di un uomo che lavora la terra. Lì, c’è il suo universo che è l’universalismo cristiano. La festa è finita. Andate in campagna.