Non ci si può sbarazzare della Repubblica Islamica d’Iran con una retorica che esiste soltanto da un paio di secoli: quella dei diritti umani. Qualsiasi storia plurimillenaria merita di essere raccontata sotto la lente di Claude Lévi-Strauss, l’antropologo francese che teorizzò “il relativismo culturale”. Prima di giudicare aprioristicamente una società è bene conoscere le ragioni di un sistema valoriale (usi, costumi, tradizioni, riti) per comprenderne in un secondo momento la significatività e la coerenza. La Persia contemporanea è un universo sconosciuto a molti, eppure dopo la polemica sui nudi dei musei capitolini coperti dai pannelli bianchi Hassan Rouhani è stato messo nell’immaginario collettivo sullo stesso piano del Califfo Al Baghdadi. Ma Rohani è persona colta e non un terrorista qualsiasi. Ha studiato a Qom, città di Fatima, “Vaticano” per gli sciiti, poi nella sua vita ha imparato le arti militari diventando prima generale di un reggimento di Pasdaran ed infine lavorando come agente segreto.

Così per quell’episodio – decisione tra l’altro del protocollo italiano, nessuna richiesta è stata esposta dagli ospiti – è emersa una cultura iraniana profondamente retrograda, misogina, oscurantista, autoritaria. Immediatamente sono venute in mente le celebri immagini del lontano 4 novembre 1979, quando un gruppo di cinquecento studenti circa assaltò l’ambasciata statunitense a Teheran provocando “la crisi degli ostaggi”. Ma l’era dell’isolamento internazionale è finita, ora con la patria degli Ayatollah ci stringiamo accordi. E nel frattempo anche il Paese profondo è cambiato. L’Iran è composto da una generazione di giovani (il 50 per cento della popolazione ha meno di trent’anni), nati dopo la cosiddetta Rivoluzione islamica, che si è sempre tenuta al passo con il mondo esterno pur vivendo in una società dove il codice civile si intreccia con la religione sciita. Il restante della popolazione invece, “gli anziani”, vive ancora con il ricordo della guerra contro l’Iraq (1980-1988), con la fierezza nel petto di essersi arruolati volontariamente nei Pasdaran in difesa della nazione. Tutti però vivono nella comunione conservando ancora quei valori religiosi e allo stesso tempo pre-politici come la dignità, il rispetto, la lealtà. Una volta atterrati a Teheran o a Shiraz, oppure appena arrivati nella stazione degli autobus di Qom, Yazd, o ancora di Esfahan bastano pochi giorni per rendersi conto del fossato che esiste tra la realtà del Paese e quella mediatizzata in Occidente.

Nella metro, nei bazar, nelle moschee, per strada, in ogni luogo, coesistono l’umile cortesia, la genuina bontà e la riservata generosità. Nelle persone poi traspare molta saggezza e tolleranza verso gli occidentali perché con intelligenza distinguono sempre il popolo dall’élite. “Amiamo gli americani, disprezziamo il loro governo, così vale per tutti gli altri popoli del mondo”. È una frase ricorrente da quelle parti. Non è vero che la società iraniana è chiusa. Qui in realtà c’è posto per tutti. Pensate che ebrei, sunniti, zoroastriani e cristiani non solo vengono riconosciuti come minoranze dalla Costituzione ma in più possono praticare la religione dei padri, divenire cittadini iraniani, eleggere un loro deputato al Parlamento, avere scuole, asili, luoghi di culto e godere di alcune deroghe dalla legge islamica. Chi dice “teocrazia” non afferma cancellazione degli altri culti religiosi bensì profondo rispetto del Sacro in tutte le sue forme. Questa aurea di sacralità, che laicamente possiamo chiamare “decenza comune”, si riversa così nella quotidianità della gente ordinaria. Come nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, oggi in Iran, sfera pubblica e sfera privata vengono separate nel rispetto della libertà collettiva, vale a dire la comunità. In questo modo la sobrietà delle persone tra le persone convive perfettamente con la trasgressione individuale della morale che di fatto esiste e rimane tale senza diventare ideologia dominante.   Questo equilibrio sociale rimarrà tale nonostante le aperture del governo all’Europa e gli accordi sul nucleare. La posizione di Teheran pare evidente: l’ingresso nel commercio internazionale prevede il congelamento dell’apparato istituzionale e il contenimento dell’occidentalizzazione della società iraniana.

Articolo pubblicato su Il Giornale