Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Nel Corano non appare solo Gesù Cristo, adoratissimo profeta per i musulmani, ma anche l’Arcangelo Gabriele, che nell’immaginario islamico rivela a Maometto la “retta direzione e la via della salvezza”. Teologia vuole che a celebrare l’annuncio della rivelazione sia un digiuno (sawn) di una trentina di giorni, il Ramadan, durante il quale tutti i fedeli hanno il dovere morale di astenersi – dall’alba al tramonto – dal bere, mangiare, fumare e dal praticare attività sessuali. Un rituale che non si allontana tanto dalla Quaresima cristiana, quei quaranta giorni che precedono la morte in croce e che ricordano i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. Nel mondo cristiano come in quello islamico, la privazione diventa penitenza fino a trasformarsi in una festa dello spirito in cui convivono autodisciplina, spirito di carità, pazienza, senso appartenenza ad una comunità.

Dalla Pasqua, prima solennità del cristianesimo dove si celebra la risurrezione, fino all’Eid al-Fitr islamica, in cui tutti i fedeli (Umma) pregano nella Moschea della Mecca, dove nacque il Profeta, per celebrare dopo l’avvistamento della luna crescente la fine del mese di digiuno, la religione diventa Tradizione così come la intendeva René Guénon. Non è un caso che Foad Aodi, presidente Comunità del mondo arabo in Italia, ha voluto dedicare la fine del mese di digiuno e l’inizio della festa dell’Eid a Papa Francesco, considerato “un esempio da seguire per tutti i musulmani”. Dal resto del mondo islamico invece sono arrivate parole di ferma condanna al terrorismo internazionale che uccide nel nome di un Dio personale stampato sulle banconote. Quelli che noi chiamiamo jihadisti, loro li definiscono takfiri, vale a dire, i miscredenti. È servito l’attentato di venerdì che ha provocato 115 morti e 170 feriti durante i festeggiamenti della fine del Ramadan nel mercato di Khan Bani Saad, a trenta chilometri da Baghdad (Iraq), per ricordarci che le prime vittime dell’Isis sono i musulmani stessi.Com’è servita la battaglia del Qalamun per ricordarci che i primi a combatterli realmente sono quei Paesi musulmani, di confessione sunnita e sciita, come la Siria di Bashar Al Assad e l’Iran degli Ayatollah. Quella che noi chiamiamo “guerra all’Occidente”, loro la chiamano fitna, vale a dire, guerra civile all’interno dell’Islam.

L’Eid al-Fitr ci insegna che la dimensione del Sacro, con tutte le sue varianti, è un argine al terrorismo, continuazione del nichilismo con altri mezzi. In fondo ci sono più probabilità che un ragazzo diventi un delinquente/terrorista se frequenta una moschea oppure se guarda la televisione? Per rispondere domandiamoci se è un caso che molti degli attentatori legati agli ambienti salafiti – i vari Chèrif Kouachi, Amedy Coulibaly, Mohamed Merah, Yassin Salhi -, assomigliano più ai gangster bling bling americani, culturalmente sradicati e iper-consumatori, ostili a qualsiasi forma di Tradizione, più che a dei fedeli attenti ai precetti del Corano, che a differenza di quanto affermano i teologici dell’ultima ora, propone un progetto di pace universale e misericordia.