Ecco che mentre allo spread, allo sviluppo, alla crescita e alla spending review, ci eravamo abituati, un nuovo mito, che doveva entrare in gioco già da qualche tempo, forse dagli anni Novanta, si sveglia solo adesso nella coscienza degli italiani: l’antipolitica. È sulla bocca di tutti, solo adesso, quando da poco, nel panorama politico italiano, Grillo ha cominciato ad avere sempre più consensi. Ma l’antipolitica non la fa solo chi non fa politica, l’antipolitica la si fa, soprattutto, da politici, la si fa dall’alto, all’interno di un partito, e la si fa chiamandola politica, nella sua accezione paradossale che si afferma nel “dire” e si nega nel “fare”. L’antipolitica ce l’abbiamo di fronte da un ventennio, è nata persino prima del berlusconismo, e questo fenomeno – che si insegnerà sui libri di testo come processo socio-culturale, perché di danni ne ha fatti e continuerà a farne – non ha che incrementato il nostro senso di sfiducia esasperato nei confronti delle istituzioni, sintomo di un popolo stanco, un popolo che non è più “popolo”, che non è più legato all’idea, comune, di Stato.

Se l’antipolitica sembra dilagare non solo in Italia, ma anche in Europa, la realtà è ben diversa, perché il boom di Marine le Pen, del Fronte Nazionale alle presidenziali francesi, l’ascesa del Partito dei Pirati e dei Verdi alle amministrative in Germania, poi Grillo in Italia, e, infine, a spaventare più di tutti, Syrza e Alba d’Oro nel parlamento ellenico, non sono che il frutto dell’antipolitica. Questa Europa è solo il sintomo, la malattia di un virus più grande, che Berlusconi, poi Monti in Italia, Sarkozy in Francia, la Merkel e l’auserità tedesca della Demokratie ist ramsch, del governo tecnico di Papademos in Grecia, di un Ue poco interessata, se non del tutto indifferente alla politica, ha generato.

I grandi partiti tradizionali, in bilico tra accordi, coalizioni e disgregazioni, ora che dovrebbero dare prova di coerenza e compattezza, si dimostrano in recessione. Ma ovviamente da aziende, quali sono state sin dai tempi di Tangentopoli, non possono divenire partiti nel giro di pochi mesi, e quindi si limitano a puntare il dito sull’antipolitica. Se Alfano, Bersani e Casini si stupiscono dell’ascesa del Movimento 5 Stelle, se i grandi sostenitori del politicamente corretto si sentono scombussolati dall’8% di Alba d’Oro, e dal 20,3% di Syriza, se la politica, o la vera antipolitica, comincia a tremare, è perché sino ad ora, la politica l’hanno messa solo nei programmi di partito, e non nelle riforme.

Ma questo, di certo, non è un elogio ai nuovi movimenti in ascesa, che il senso di sfiducia lo trasformano in consenso, lo scatenano, lo alimentano, lo animano in manifestazioni, nei contesti culturali, tra blog, giornali e social network, ma anche in quelli lavorativi, tra suicidi e slogan, mediatizzando, banalizzando in modo poco costruttivo sino ad istigare l’astensionismo, l’evasione fiscale, la “disobbedienza civile” sull’Imu: i problemi di certo non si risolvono così. In Grecia, invero, l’astensionismo ha raggiunto il 40%, e i partiti non sono riusciti a formare un governo… oggi dalla penisola fuggono i capitali, i cittadini ritirano migliaia di euro al giorno dalle banche, lo Stato non ha più soldi nelle casse, e, intanto, dopo quello di Papademos, il presidente della Repubblica vuole un altro governo tecnico… vuole ancora austerità!

Grillo invece, frutto del qualunquismo politico, frutto dell’antipolitica italiana, è ugualmente degenerato in una nuova antipolitica, che si nasconde dietro le parole alternativa, rivoluzione, ribellione… ma dopo un possibile 15% del Movimento 5 stelle alle elezioni legislative del 2013, quando in testa avremo ancora Pd, e a seguire Pdl, cosa cambierà?

E’ necessario quindi ritrovare la politica, quella vera, quella che parla, non a parolacce, quella che rappresenta un’istituzione più grande, un popolo, non sé stessa né la propria azienda fabbrica-consenso, a scopo di lucro, con rimborsi elettorali che il referendum aveva abolito, la politica che si prende in mano le sue responsabilità, anche a costo di un certo rigore (non austerità) giustificato, cosa che il governatorato berlusconiano di Forza Italia poi del Pdl hanno sempre lasciato da parte, pur di agguantare qualche voto in più.

Questo bipolarismo tra antipolitica dall’alto e antipolitica dal basso non è che l’illusione di uno stesso sistema, e l’alternativa che entrambi, sia i partiti tradizionali, sia i nuovi movimenti emergenti, vogliono rappresentare, è una farsa ben architettata che al cittadino, infin dei conti, non giova mai.