Ginevra, Algeri, Roma. E’ in queste tre città che si sta diramando l’attività diplomatica per concordare una strategia precisa volta a lottare contro il terrorismo. Se in Svizzera sono iniziati i colloqui tra opposizione e governo di Damasco sotto l’egida di Staffan De Mistura delle Nazioni Unite, in Algeria continuano gli sforzi per un accordo sul governo libico, mentre alla Farnesina si è aperto oggi il vertice ministeriale del cosiddetto “Small Group”, cioè dei Paesi maggiormente impegnati nel quadro della Coalizione internazionale contro Daesh. Co-presieduto dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal Segretario di Stato americano John Kerry, l’incontro ha visto anche la partecipazione dei rappresentanti di 23 Paesi, europei, occidentali e della regione, oltre che dell’Alto Rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. 

Ma in tutto questa storia dei “buoni” contro i “cattivi” c’è un problema di fondo. Intorno al tavolo diplomatico romano c’erano tutti quei Paesi incendiari che ora si travestono da pompieri. Dietro questa teorica “lotta al terrorismo” si nasconde in realtà il volto di chi quei gruppi armati li ha sostenuti direttamente o indirettamente per destabilizzare i Paesi non allineati. Ieri la Libia di Gheddafi, oggi la Siria di Bashar Al Assad. Alla Farnesina c’era l’Arabia Saudita che in funzione anti-iraniana non ha mai fermato il flusso privato di denaro che ha ingrassato le casse di Daesh. C’era la Turchia,  membro della Nato, detta anche “l’autostrada della Jihad” per aver fatto transitare ogni giorno centinaia di tir carichi carichi di di armi, petrolio, uomini e altri materiali. C’era il Bahrain che, dopo aver schiacciato nel sangue l’opposizione interna con il sostegno delle truppe della casa reale dei Saud, ora restituisce il favore affiancando l’Arabia Saudita nel massacro degli yemeniti, impresa a cui partecipa il Kuwait, anch’esso seduto al tavolo romano di stamane. E poi c’era il Qatar che durante la destabilizzazione della Libia inviò mercenari tra i ribelli anti-governativi. C’erano infine Francia, Inghilterra e Stati Uniti, grandi alleati di questi attori mediorientali, che hanno utilizzato contro Assad lo stesso copione di Gheddafi strumentalizzando i rivoltosi – il più delle volte gruppi terroristici organizzati – per fini meramente politico-economici. Tanto che nella conferenza stampa congiunta con Gentiloni, John Kerry ha quasi parlato più di Assad che di quella dello Stato Islamico. Insomma mentre Daesh rivendica attentati a Parigi, Istanbul e Damasco, la Coalizione Internazionale pensa ad una strategia per far cadere il presidente siriano che a differenza di molti professori dell’anti-terrorismo è in prima linea da cinque anni, insieme ai miliziani sciiti di Hezbollah, contro gli uomini del Califfato.

A fare gli onori di casa è l’Italia che secondo gli americani rimane tra i Paesi più impegnati in ragione del suo contributo multi-dimensionale alle sue attività, in particolare nel settore militare, nella formazione delle forze di polizia irachene, del contrasto al finanziamento e nelle attività di comunicazione pubblica per contrastare la propaganda di Daesh. Questa si prepara dunque ad assumere un “ruolo guida”. La realtà è un’altra. L’Italia, facendo il lavoro sporco in Libia, rischia di esporsi in maniera considerevole agli attacchi terroristici. Inoltre un nuovo intervento senza una soluzione politica a medio o lungo termine moltiplicherebbe soltanto i flussi migratori. Ora seppure indebolito – si parla di una perdita del 40 per cento del territorio tra la Siria e l’Iraq – Daesh continua a sferrare colpi sanguinosi, come quello recente contro un mausoleo sciita a Damasco, e sembra rafforzarsi proprio a Sirte, a pochi chilometri dalle nostre coste. Non sarà l’operetta  sull’anti-terrorismo andata in scena oggi a Roma a tutelare la sicurezza globale che di fatto dipenderà dalle consultazioni ad Algeri per l’unità del governo libico e dai negoziati di pace a Ginevra. 

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale