Con “Quo vado?” (prodotto da Pietro Valsecchi, regia di Gennaro Nunziante), Luca Medici, in arte Checco Zalone, si conferma il miglior comico vivente in Italia (e in Europa, al pari di Dieudonné). Altro che subcultura, se gli animatori del ceto cultural-mondano e politico avessero anche un briciolo della sua sottigliezza intellettuale il nostro Paese tornerebbe a dettare i tempi dello spirito occidentale e della storia delle idee. Zalone, già campione di vendite, sparisce per mesi, non rilascia interviste, non cura i social network, non appare costantemente in televisione, e ricompare all’improvviso a fine anno con un suo film che riempie tutti i cinema moribondi della penisola. Poi, come i veri artisti, si ritira dalla scena e lascia la gestione burocratica della “dittatura culturale” a quelli più mediocri: Litizzetto, Benigni, Crozza.

Non sono gli incassi a fare un buona pellicola. Il più delle volte è sempre il contrario. Ma con il comico pugliese ci troviamo di fronte ad un’eccezione.  “Quasi 7 milioni di euro (pari a un milione di biglietti) nel primo giorno di programmazione – ha commentato il direttore della Taodue Pietro Valsecchi dal box office – è un dato incredibile, che polverizza il record precedente di 3 milioni e mezzo: anche a voler essere molto ottimisti nessuno avrebbe potuto immaginare una partenza così”. Ma c’è un altro dato, non numerico ma umano e sociologico, che traspare dall’arte di Zalone: la sala cinematografica torna ad essere un luogo di aggregazione composto da gente ordinaria. Non c’è il semicolto che va a vedere “I bambini sanno” di Walter Veltroni, come non c’è “l’italiano medio” degli ultimi “cinepanettoni” (i primi facevano parte della commedia tradizionale italiana).

Protagonista del film un quarantenne che vive con i suoi e lavora a pochi metri da casa in un ufficio provinciale di caccia e pesca (con un contratto a tempo indeterminato, ovviamente). Quando il Governo – con fare sensazionalistico – vara la riforma della pubblica amministrazione, si trova inaspettatamente a dover lasciare il suo posto fisso, e viene trasferito in giro per l’Italia dove svolge lavori statali di ogni genere. Pur di non dare le dimissioni, Checco sarà disposto ad andare a Capo Nord, nella “civilissima” Norvegia, avanguardia del “mondo libero e progressista”. E’ lì che il substrato socio-culturale del film prende forma fino a riprodurre il paradigma nodale del terzo millennio: l’eterna lotta tra la modernità (androgina, multiculti, pol.corr., individualista, semi-colta)  e il selvaggio di Rousseau (anti-utilitarista, solidale, comunitarista, sentimentale). Non a caso il protagonista si appropria del “teatro nel teatro” e racconta la storia della sua vita ad una tribù africana, terra in cui si trasferirà per sempre. Zalone torna così all’essenza della vita. 

L’intero anno di lavoro traspare in ogni singola battuta perché come i più grandi del cinema italiano, Dino Risi, Alberto Sordi, Totò, raccoglie le storie, i personaggi, le maschere, i detti, nelle strade dell’Italia più profonda. “Quo vado?” è un capolavoro artistico che, traducendo in pellicola il detto “si stava meglio quando si stava peggio” e offrendo uno spaccato dello spirito italiano nella sua espressione più mediterranea e allo stesso tempo provinciale, mette in croce tutta quella cultura dominante progressista, democratica ed educata gestita dai soliti gruppi di pressione (e qui c’è da divertirsi). Ma ogni recensione è in realtà superflua perché di fatto non inciderà più di tanto sul “PIL” del film. Come ha detto Checco Zalone negli studi di Fazio: “Quanti milioni fai d’ascolto? Quattro? E io te ne porto altri quattro”.

Articolo pubblicato su Il Giornale