Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Da italiani, la russofobia lascia il tempo che trova di fronte ad un principio inviolabile, quello della realtà. Lo ha ribadito lo stesso Vladimir Putin nel corso della sua recente visita all’Expò di Milano, sottolineando come il nostro Paese rimane il secondo partner commerciale in Europa (dopo la Germania) e il quarto a livello mondiale. Nel 2013, infatti, l’Italia esportava nella Federazione Russa per 10,4 miliardi di euro (fonte), ma quando sono state ratificate le sanzioni, il commercio tra i due è diminuito del 20 per cento (mentre il commercio tra Usa e Russia è aumentato del 15 per cento!).

Di fronte a questi dati sconcertanti, ma soprattutto autolesionisti, la lotta alla russofobia, sia mediatica che economica, è diventata una priorità per diversi partiti politici italiani. Non è solo Matteo Salvini per mezzo dell’Associazione Culturale Lombardia-Russia presieduta da Gianluca Savoini a coltivare i rapporti con gli ambienti vicini al Cremlino. Ora anche il Movimento 5 Stelle, dopo mesi di esitazione probabilmente a causa di una base elettorale in maggioranza progressista, sembra remare in quella direzione. Ad organizzare la manovra filo-russa sono tre deputati della Commissione Affari Esteri e Comunitari, Alessandro Di Battista, Carlo Sibilia e Manlio Di Stefano, probabilmente con l’avallo di Beppe Grillo, il quale essendo sposato con una donna iraniana non ha mai creduto alla retorica statunitense degli “Stati canaglia”, e con il sostegno teorico di Giulietto Chiesa, giornalista, direttore di Pandora TV nonché promotore della raccolta firme per l’uscita dell’Italia dalla Nato. A lasciar intendere la volontà del M5S di intraprendere un percorso di riavvicinamento con il Cremlino sono tutta una serie di iniziative che vanno dal convegno organizzato il 10 luglio a Roma sulla “Banca dei Brics come alternativa alla predominio del dollaro” con la partecipazione di Andrey Klimov (vice presidente della Commissione Esteri in Russia) fino alle video interviste dello scrittore russo naturalizzato italiano Nicolai Lilin, passando per i post sul blog firmati da Manlio Di Stefano dove si parla di “vero e proprio colpo di Stato in Ucraina da parte dell’Occidente”. Per non parlare della delegazione di parlamentari del Movimento 5 Stelle che ad ottobre visiterà la Repubblica di Crimea – che non è riconosciuta da Unione Europea e Stati Uniti – con il fine di rompere l’isolamento diplomatico.

Più volte Alessandro Di Battista ha usato questa espressione per ribadire la posizione ufficiale del M5S in politica estera: “non siamo né filo-russi né filo-americani, siamo filo-italiani”. Eppure la strategia sembrerebbe finalmente cambiare perché, di fatto, lo zarismo di Vladimir Putin non è l’internazionalismo del PCUS, come non è il messianismo (imperialismo per i laici) degli Stati Uniti d’America. Il filosofo Alexander Dugin lo spiega bene nei suoi scritti eurasiatici: “voler europeizzare la Russia o russificare l’Europa sarebbe tanto assurdo quanto inaccettabile. Il dialogo e la cooperazione sono invece non soltanto possibili, ma fortemente augurabili. L’Europa, come d’altronde la Russia, potrà riscoprire la sua grandezza solo a condizione di liberarsi dal controllo americano”. A differenza della pax americana – fondata sull’egemonia e la dominazione – la pax russa di Putin ha una proiezione comunitaria che si regge sul multipolarismo, vale a dire nel rispetto della sovranità degli Stati.