Da Tangentopoli in poi il ripetersi di scandali che hanno coinvolto politici di destra come di sinistra ha rafforzato la convinzione, oramai largamente diffusa tra la popolazione italiana, che la classe politica non sia altro che una classe di privilegiati preoccupati di rimanere tali. A dimostrarlo è il grande successo riscossa dal libro “La casta” pubblicato nel 2007 dei giornalisti Gian Antonio Maria Stella e Sergio Rizzo, venduto in oltre un milione di copie, il quale ha reso popolare questo termine a tal punto da diventare il nemico principale dell’allora nascente Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Il comico genovese ha così rinforzato l’identificazione stereotipata e semplicistica della classe politica italiana come un iper-classe inaccessibile e autoreferenziale che pone la conservazione della poltrona prima di qualsiasi ideale. Ma in fondo non è proprio questa la storia di quel trasformismo tutto italiano che oggi si traduce in quei politici moderati, voltagabbana, riciclati, opportunisti, mercenari che passano da una sponda all’altra dell’arco parlamentare pur di restare seduti nelle fila della maggioranza?

Intorno alla battaglia sacrosanta contro questa casta si è costruito l’intero progetto pentastellato. A contrastare auto blu, rimborsi elettorali, pensioni d’oro, vitalizi, maxi stipendi, c’è la sterile retorica dell’onestà. Sterile, perché non è colpendo politici come Antonio Razzi che si abbatterà il sistema e che si farà, parafrasando Vilfredo Pareto, circolare l’élite (“la storia una successione di elite dominanti”, “un cimitero di aristocrazie”). L’elite a differenza della casta esprime una visione del mondo, aggredisce degli spazi, lavora sotto traccia. La casta, accampata nel Parlamento, te la compri, l’élite no. Semmai è lei che compra te. Scrive il sociologo statunitense Christoher Lasch (1932-1993) studio dell’iper-classe mondializzata: “i circoli del potere – finanza, governo, arte, intrattenimento – oggi tendono a sovrapporsi e a diventare reciprocamente interscambiabili. Le nuove elite che comprendono non soltanto i manager delle grandi imprese, ma tutte quelle professioni che producono cultura e manipolano l’informazione – la linfa vitale del mercato globale – sono molto più cosmopolite o per lo meno inquiete e dotate di una maggior tendenza migratoria, di quelle che le hanno precedute”. E continua: “si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en routeverso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale, o una località turistica non ancora scoperta. La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo”.

I loro legami non sono nazionali, regionali o locali, ma internazionali. Gli esponenti di questa elite mondializzata hanno molte più cose in comune con le loro controparti di Tokyo, Singapore, Londra o Washington che con la gente del posto. Ecco che uno dei tanti Antonio Razzi non vale nulla negli ambienti che contano. E trasuda umanità in questo mondo di post-umani.