Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Sia Le Monde che Libération hanno reso noto in questi giorni che la magistratura francese tende ad escludere un movente religioso alla base del pestaggio che ha vista coinvolta la 21enne Angelique Slosse, picchiata la settimana scorsa in un parco della città di Reims soltanto perché prendeva il sole in bikini. Ad averla aggredita sarebbero state cinque ragazze, di cui due musulmane. “Esposizione del proprio corpo in modo immorale in un luogo pubblico”, pare fosse la motivazione delle aggreditrici. Ma a prescindere che si sia trattato di un movente religioso o meno, da condannare sia chiaro, è interessante notare la reazione compatta dei francesi all’ipotesi di un nuovo attentato alla loro libertà. Oltralpe, su più piccola scala, sembra di rivivere l’ondata isterico-emotiva che ha travolto il Paese dopo gli attentati di gennaio nella redazione di Charlie Hebdo. Da #JeSuisCharlie a #JePorteMonMaillotAuParcLeo (indosso il mio bikini al parco Leo). Sono migliaia le fotografie di giovani, soprattutto donne, che circolano su Twitter,FacebookInstagram, e tutti gli altri social network, a sostegno di Angelique Slosse, divenuta in poche ore, e a suo malgrado, simbolo del femminismo 2.0.

Improvvisamente il bikini è diventato il simbolo delle battaglie culturali sessantottine per la libera gestione del proprio corpo. Uno scontro di civiltà tutto al femminile che presenta artificialmente il vestiario osé (costume a due pezzi, minigonna, perizoma, leggins, string, ecc.) come unica alternativa al Burqa, al chador, al niqab o all’hijab. Della serie: o state con le donne bianche occidentali, libere, emancipate, sexy, o con quelle mulatte, velate, retrograde, oppresse. Eppure gli harem nascono nel mondo islamico. 

C’è chi come Gianluca Veneziani su Libero ha persino elogiato il grande conformismo di queste suffragette di seconda categoria scomodando Brigitte Bardot simbolo di emancipazione femminile e sensualità. Tutto vero, peccato però che erano gli anni Sessanta. Altri tempi, altra società. Il Vaticano la considerava un’icona del male, gli Stati Uniti, specialisti della morale puritana, avevano vietano l’importazione dei suoi film, mentre in Europa, maschi e femmine venivano ancora separati a scuola. Brigitte Bardot era inattuale per la sua epoca. Donna sensuale e non volgare, erotica e non pornografica, femminile e non femminista, fascino proibito di un Occidente che faceva la fila per andare a vedere i suoi spettacoli. Oggi la moda del vestiario osé, così come tutte quelle sottoculture che vanno dal tatuaggio al piercing passando per i movimenti ribellistici musicali o di costume, è diventata cultura dominante. 

Eppure le femministe 2.0 hanno imbracciato i loro iphone e hanno ostentato il loro look perfetto. Bikini o minigonna sui loro corpi lucidi, passati in rassegna dall’estetista, per ribadire il loro attaccamento alla libertà individuale che non è altro che pura estetica del grande conformismo. E se con le strumentalizzazioni sessantottarde delle legittime rivendicazioni di emancipazione le donne sono diventate l’esercito di riserva del capitalismo (immersione nella società di mercato mossa dalla meccanica del salariato e del potere d’acquisto diretto, con successiva estensione della fetta di consumatori diretti), oggi rischiano di diventare l’esercito di riserva del neoconservatorismo. Ogniselfie è una donna sacrificata sull’altare dello scontro di civiltà che ora è diventato anche femmina.