Articolo pubblicato in esclusiva su I lGiornale

Inseguimenti nel bazar, palpate di sedere, aggressioni fisiche, uomini con il pene di fuori. Una nazione plurimillenaria sotterrata da una retorica diritto-umanista che ha soltanto due secoli di vita. Il racconto tragicomico di Giulia Innocenzi non appena tornata in Italia dopo il suo viaggio in Iran rivela tutta l’arroganza di un giornalismo allo stato terminale. Non ci sono più i terzomondisti di una volta. Almeno loro le tesi contro l’etnocentrismo di Levi Strauss le sostenevano veramente. Oggi invece sono diventati quei cosmopoliti disprezzati da Antonio Gramsci, padre del pensiero “nazional-popolare”: solidali con gli stranieri, al punto di amarli più degli italiani, ma poi quando si tratta di rispettare popoli che resistono all’omologazione planetaria sono i primi a schierarsi con il gendarme americano. È tutta una questione di progresso. In fondo anche negli Stati Uniti liberal eneocon sono sempre andati d’accordo quando c’era da dichiarare una guerra invocando l’umanitarismo. Ecco che leggere Giulia Innocenzi è come ascoltare le parole di Giuliano Ferrara. 

Doppia morale a parte, stupisce il ritratto del popolo iraniano che emerge dal racconto: misogino, rozzo, aggressivo, bigotto. Eppure una volta atterrati in quella terra che un tempo si chiamava Persia bastano pochi giorni per rendersi conto del fossato che esiste tra la realtà dei fatti e la realtà mediatizzata. Nella metro, nei bazar, nelle moschee, per strada, in qualsiasi luogo, le persone sono cordiali, accoglienti, solidali, ti sorridono, ti danno il buongiorno, ti offrono da mangiare e da bere, ti fermano per chiederti di dove sei e dove stai andando, o se hai bisogno di un passaggio in macchina o in moto. In loro c’è molta saggezza e tolleranza verso gli occidentali perché con intelligenza distinguono sempre il popolo dall’élite. “Amiamo gli americani, disprezziamo il loro governo, così vale per tutti gli altri popoli del mondo”. È una frase che si sente dire spesso da quelle parti.

Conservano ancora quei valori religiosi e allo stesso tempo prepolitici come la dignità, il rispetto, la lealtà. Valori che noi occidentali abbiamo perduto da tempo. La società iraniana non è poi così diversa da quell’Italia di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta raccontata nei film di Dino Risi, Mario Monicelli e Federico Fellini in cui sfera pubblica e sfera privata erano separate nel rispetto della comunità e della libertà individuale e dove sobrietà, decenza comune e devozione convivevano con la trasgressione della morale che rimaneva tale senza diventare ideologia dominante. Ma vallo a spiegare alla regina del conformismo che appena atterrata in Italia si fotografa sorridente senza quel velo, simbolo della cristianità, indossato in primis dalla Madonna. “Finalmente libere!” è la didascalia che fa da cornice. Ma che cos’è la libertà? Siamo tutti “dominati” da qualcuno o da qualcosa. Dal nostro datore di lavoro, dai nostri genitori, da nostra moglie o dal nostro marito, dal salario, dai beni materiali, dalle tasse, dal programma televisivo Announo che entrava prepotentemente nelle nostre case, senza nemmeno bussare alla porta, portandoci la parola di Fedez o delle Femen. Molto peggio di una fatwa degli Ayatollah.