La celebrazione tutta occidentale della Giornata internazionale della donna (comunemente definita “Festa della donna”) è anche un modo per scovare negli angoli più remoti della terra storie straordinarie dove gli uomini fanno solo da cornice. Piuttosto che il femminismo borghesedunque ad interessarci sono le diseredate, costrette a fare il lavoro sporco non solo per l’emancipazione di una categoria di genere ma per conto dell’intera umanità. Tra queste ci sono le soldatesse. Donne che volontariamente hanno deciso di imbracciare il fucile per difendere un ideale. In mondovisione quelle curde inquadrate nei reparti dei peshmerga (“coloro che guardano la morte”) avevano suscitato le simpatie da parte di tutti. Poi ad interrompere sulla scena mediatica era stato il plotone delle “Sun Girls”, 123 donne yazide sopravvissute alla prigionia del Califfato che avevano giurato vendetta armi alla mano. Eppure ci sono anche donne che combattono dalla parte del “torto”. Le più celebri sono la “amazzoni” di Muammar Gheddafi, una leggendaria guardia del corpo del Raìs, composta interamente da soldatesse vestite con il basco rosso e la divisa kaki, che nel 2011 si fronteggiarono con i ribelli sostenuti dall’Occidente. Ora le diseredate, ignorate dal mainstrem, hanno un’altra divisa e difendono la nazione siriana dalle aggressioni dei miliziani di Daesh e di Jabhat Al Nusra (gruppo affiliato ad Al Qaeda).

Già ai tempi di Hafez Al Assad, padre di Bashar, esisteva il reparto femminile nel corpo dei paracadutisti. Inoltre, le femmine come i maschi, dovevano partecipare ai “moaskar”, veri campi di addestramento paramilitare. Da quando è scoppiata la guerra civile le cose sono cambiate. Per compensare la morte dei soldati, il governo di Damasco ha aperto i ranghi alle soldatesse, quelle che i media siriani hanno soprannominato le “leonesse di Assad”. Le più fortunate operano nelle seconde linee, negli uffici, ma altre vengono impiegate al fronte dove il nemico e la morte li guardi in faccia. La parte femminile delle “Forze di Difesa Nazionale” si è formata nel 2013 raccogliendo volontarie che si sono armate e rifornite dall’esercito regolare. Cifre ufficiali non ce ne sono ma si parla di circa 500 donne in tutto il Paese.

Una delle unità più popolari si chiama “Al Mahavir” ed è diventata celebre per aver combattuto nella città di Daraa, a Sud di Damasco. “Quando sono entrata nel battaglione, ho capito che la Siria è come una madre. E se la madre è malata, la figlia deve essere al suo fianco”, ha spiegato una soldatessa in ai microfoni dell’emittente televisiva Russia Today. Un’altra dice: “Siamo disposti ad accettare nuove reclute. Invitiamo le volontarie per ad arruolarsi nel nostro battaglione femminile. Il ruolo della donna non si limita al parto”. Dai video pubblicati dal canale in lingua araba di Russia Today, ritroviamo donne di ogni età mentre si addestrano e intonano cori a favore del governo. A loro interessa poco la festa delle donne di fabbricazione occidentale. Semmai aspettano il giorno della vittoria contro i jihadisti.

Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale