L’isterismo degli sconfitti che pensavano di stare dalla parte “giusta” della storia è il riflesso di chi non sa guardare oltre il proprio ego. New York non sono gli Stati Uniti D’America; negli “after work parties” non si parla di problemi reali ma di banalità; giornali, televisioni e sondaggi non sono notiziari al servizio della scienza politica ma raffinati strumenti di propaganda che se ne fregano del sentimento diffuso delle persone. La vittoria di Donald Trump, o meglio del “trumpismo” come fenomeno culturale e sociale, è la rivincita del popolo contro la “power élite” (Charles Wright Mills), ma soprattutto è la sconfitta dei commentatori, prigionieri di una narrazione conformista e di comodo, che ancora una volta non hanno saputo raccontarci in che direzione sta andando il mondo.

millsbook

Pubblicato nel 1956 ma attualissimo per comprendere come si auto-governa la democrazia americana

Il collegamento con la Brexit di qualche mese fa è d’obbligo. Anche in quella circostanza i grandi mezzi d’informazioni non  intercettarono – in parte volontariamente – il sentire comune della maggioranza silenziosa, disposti a tutto pur di non far parte di un progetto che fa acqua da tutte le parti come l’Unione Europea. Furono gli “over 60” della periferia, gentiluomini con la schiena dritta, ad ostacolare un voto caldeggiato principalmente dalla City londinese. In Inghilterra, così come è accaduto oggi negli Stati Uniti, è stato il voto rurale e industriale a soppiantare quello urbano (dunque terziario). Non a caso a risultare decisiva in queste elezioni statunitensi è stata, oltre alla Florida, la cosiddetta “Rust Belt”, zona industriale per eccellenza, che i democratici davano per scontata. E’ il nuovo conflitto sociale che si è aperto tra le forze produttive di periferia e gli intermediari delle metropoli, quelli che campano solo e soltanto sui servizi.

establi

Un testo fondamentale per capire come e perché l’ideologia liberale e colonialista sia penetrata nella cultura occidentale (trovate il pdf qui)

C’è un altro dato emblematico. “L’establishment anglo-americano” (Quigley Carroll), con la sua ideologia liberale in economia e colonialista in politica internazionale, ha prodotto quella cultura dominante che si è fatta spirito del tempo in Occidente. Paradossalmente sono gli stessi popoli anglo-sassoni (inglesi ed americani), tramite il voto democratico, prima con la Brexit e ora con l’elezione di Donald Trump, a rovesciare questo paradigma. Ora dobbiamo sperare che il più “rivoluzionario” dei candidati americani e il governo di Teresa May sorto dal voto “leave” non diventino i più ostinati dei “conservatori” e rinforzino quell’establishment che il popolo anglo-americano, prima vittima di queste politiche neo-liberali ed interventiste, vorrebbe affossare. Sarà nostro dovere vigilare.