Invece di reagire con la pancia di fronte ai tragici fatti di Nizza occorre ragionare con la testa. Andiamo alla radice del problema. Il terrorismo come lo conosciamo oggi è nato negli anni Ottanta nel “pashtunistan” pakistano, a Peshawar, città-incubatore del Jihad globale, culla di Al Qaeda, luogo di incontro tra “i venditori del paradiso in cambio del martirio”, tra cui Osama Bin Laden e Ayman al Ẓawahiri. A fabbricare e addestrare queste cellule furono americani e sauditi. I primi fornivano in funzione anti-sovietica un supporto economico e militare – tramite i servizi segreti pachistani – ai profughi afghani, allora soprannominati “freedom fighters”, i secondi invece esportavano attraverso le madrase (scuole coraniche) il pensiero wahabita, preparando così il terreno culturale alla radicalizzazione.

Lo stesso identico scenario si è riproposto con l’Iraq, poi la Libia, ed infine in Siria, con americani e sauditi che in un primo momento hanno favorito l’ascesa del cosiddetto Stato Islamico (organizzazione ancora più evoluta e spettacolare) e in un secondo non hanno fatto nulla per combatterlo (dopo due anni è ancora lì). Come si ferma questa orrenda scia di sangue? O si rompe il ponte che collega Washington e Riad oppure l’Europa deve prendere le distanze con questi due Paesi ricostruendo relazioni solide con quelle nazioni mediorientali, prevalentemente musulmane, che da decenni combattono il terrorismo.

La risposta non deve essere solo geopolitica ma anche socio-culturale, in particolare per la Francia. Il jihadismo è radicato su questo territorio esagonale da anni. Tanti sono i cittadini francesi che hanno scelto di arruolarsi nelle file di Daesh per combattere contro il governo siriano di Bashar Al Assad, molti dei quali sono tornati in patria dopo mesi di addestramento per colpire. Non a caso è il Paese che produce più jihadisti in Europa (oltre 1.500 i giovani sarebbero legati al network islamista radicale secondo dati ufficiali). L’Eliseo, come tutte le altre cancellerie occidentali hanno il dovere di ricontrollare le frontiere oltre che riprendere in mano le banlieue, vere e proprie fabbriche del Terrore (vedi Saint Denis o Möllenbeck).

E proprio in queste periferie delle metropoli europee l’Arabia Saudita ha trovato terreno fertile per la wahabizzazione della comunità musulmana e la re-islamizzazione dei giovani racaille, ovvero immigrati di seconda e terza generazione che non sono riusciti ad integrarsi nella società. Esiste infatti un nesso tra miseria sociale e radicalizzazione, tra delinquenza e Jihad. E’ il prezzo da pagare quando vengono firmati accordi commerciali con le monarchie del Golfo: gli affari sottintendono l’indottrinamento religioso delle coscienze. Ma tutto questo avviene con il consenso di quel lacrimevole Occidente che piange i suoi morti dopo averli esposti al patibolo.

Articolo pubblicato anche su Il Giornale