Nel terzo millennio riemerge dunque quel conflitto weberiano tra burocrati e partiti di massa, tra funzionario e capo carismatico, tra tecnicismo e populismo. All’agire politico finalizzato ad una causa etica si contrappone l’atteggiamento “sine ira et studio (“senza animosità e simpatia”) del freddo calcolatore. Non è un caso infatti che in Europa, ed in particolare in Italia, da una parte si sono susseguiti ai vertici delle istituzioni “tecnici” (Mario Monti), “saggi” (dieci esperti nominati da Napolitano a marzo del 2013) o “burocrati travestiti da politici” (Enrico Letta e Matteo Renzi), dall’altra sono state demonizzate tutte le forze populiste, carismatiche e profondamente politiche. La politica si è così svuotata del suo carattere “magico” e “plebiscitario” – da arte è divenuta una scienza – per trasformarsi in un sistema privatistico nel quale le personalità (o la leadership) non sono “selezionate nel corso della lotta politica” (Weber) ma premiate per la loro sottomissione o organicità al sistema. Ecco che la politica è una corsa di cavalli dove i suoi candidati, in determinati contesti storici e a seconda delle congiunture, vengono sostenuti dall’alto da una serie di minoranze attive e organizzate (o gruppi di pressione) che in questo o in quel soggetto politico ne identificano le potenzialità per portare avanti i propri interessi.

Nei tempi recenti questa è stata la parabola del Movimento 5 Stelle: agli esordi elettorali, era il 2011, il contenitore ideato da Beppe Grillo fu gonfiato dai sondaggisti in un momento dove l’anti-berlusconismo crollava parallelamente al declino del berlusconismo. Per legittimarsi era necessario all’establishment italiano costruire un nuovo nemico: l’anti-politica. Il successo del M5S alle politiche del 2013 fu una sorpresa per tutti quanti, perfino, per quei gruppi di pressione che avevano creato in un primo momento quella situazione e che sembrava essergli sfuggita di mano. Tanto che l’anno successivo, alle elezioni europee di maggio, si fece di tutto per arginare il populismo pentastellato, tanto da sfiduciare un paio di mesi prima il presidente del Consiglio Enrico Letta e piazzare il “populismo” al potere: Matteo Renzi. Fu un successo. Da lì il Movimento 5 Stelle è andato a calare nei consensi dimostrandosi un partito tutt’altro che liquido (in realtà profondamente gerarchico e difficile da penetrare all’interno). Così è subentrato un nuovo soggetto politico (molto più permeabile): Matteo Salvini. Con lui, a differenza delle forze populiste in generale, non è stata usata una strategia della demonizzazione. Anzi. Non c’è un giorno che il segretario della Lega non sia in una trasmissione televisiva, nelle prime pagine dei giornali (non sempre ne parlano bene, ma se ne parla sempre) o in ascesa negli pseudo-sondaggi. È anche vero però che gli interessi di Matteo Salvini coincidono con quelli dell’establishement mediatico-politico. Se da un lato il leader del Carroccio ha bisogno di visibilità perché il momento lo richiede (disfacimento di Forza Italia, buon senso delle battaglie del della Lega, monopolio di Renzi, crisi economica e delle istituzioni), dall’altro, televisioni, giornali, e “spin doctor” hanno bisogno del contradditorio di fronte all’appiattimento del dibattito culturale (un corpo per camminare ha sempre bisogno di due gambe!).

Sta proprio a Salvini capire fino a che punto i mass media sono organici al suo progetto o quanto lui sia organico al progetto delle elite mondializzate. Va detto però che questo ha scatenato nel “Paese reale” un movimento che va oltre la Lega: il “salvinismo”. Se prima abbiamo parlato di “sostegno dall’alto” da parte di gruppi di pressione e minoranze attive, è ancor più vero che il consenso esiste e proviene indubbiamente dal basso. Il merito del giornalista Antonio Rapisarda è quello di aver raccontato nel suo ultimo libro All’armi siam leghisti (edizioni Wingsbert House, pp. 240, 14 euro) la cornice ideologica che direttamente o indirettamente ha contribuito alla crescita di consenso della nuova Lega. Salvini sembrerebbe soltanto la punta di un iceberg. È questo l’aspetto più interessante del manoscritto. Se Pietrangelo Buttafuoco spiega nella prefazione che il miglior alleato di Salvini è “la realtà” (gli “smoderati”, i “popolareschi”, gli “scamiciati”, gli “esclusi da ogni cerchia di potere”), Rapisarda racconta invece “quelle realtà” che animano questo movimento trasversale e, per certi aspetti, innovativo. “Salvini – dice Ugo Maria Tassinari intervistato da Rapisarda – ha un network, sia di organizzazione culturale sia di strutture informative – social network, web 2.0, comunicazione multimediale e cross mediatica-, fatto da trentenni che non hanno mai fatto politica o l’hanno fatta in maniera estremamente marginale e che però hanno fatto o pressione o attività culturale o attività informativa”. Antonio Rapisarda, come un investigatore, è andato a scoperchiare questo network e lo ha raccontato nel corpo centrale del suo lavoro. Emergono una serie di think tank diversi e slegati fra loro, alcuni più politicizzati altri meno, che con lo strumento della metapolitica fanno alta politica: Il Talebano, Barbadillo, Terra Insubre, Associazione Lombardia Russia, Il Primato Nazionale, i No Euro, noi.  E se popolo ed élite si scontrano nella nuova Italia, popolo ed élite sembrano incontrarsi nel salvinismo narrato da Antonio Rapisarda. Tra le righe del libro emerge questo monito: sta a Matteo Salvini scegliere con quali minoranze attive (o gruppi di pressione) stare. Se con gli alti o con i bassi.