Sono bastati pochi giorni ad Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, per dimenticare la doccia fredda riservatagli dagli studenti di Bologna. Lasciatosi alle spalle il capitolo sull’interventismo in Libia ora il “professore-martire” firma un altro articolo ancora più irresponsabile dal titolo “A noi europei conviene Hillary Clinton”. La prospettiva iniziale di lettura appare corretta: da italiani, guardiamo Oltreoceano, con la bussola dei nostri interessi nazionali e non badiamo più di tanto a come gli americani vedono se stessi. Poi Panebianco centra di nuovo il punto quando scrive che “il vero problema non è se il futuro presidente sarà di sinistra o di destra, ma se sarà un isolazionista (Trump o Sanders), pronto ad abbandonare l’Ue al suo destino oppure un attivo internazionalista”. La dicotomia democratici/repubblicani non aiuta a comprendere le elezioni bensì serve solo a creare confusione tra lettori ed elettori. Anche perché, da europei, dobbiamo sapere fino a che punto il prossimo capo della Casa Bianca ficcherà il naso e gli scarponi fuori dalle sue mura di casa. Ecco che più avanti viene fuori l’americanismo di maniera (espressione del sociologo Mino Vianello) di Angelo Panebianco, che come la maggior da parte dei suoi colleghi giornalisti, dopo gli attentati dell’11 settembre, si è piegato alla dottrina liberale e neoconservatrice secondo la quale l’America non è una parte del mondo ma il mondo stesso.

La tesi del suo editoriale pubblicato lunedì è dunque la seguente: a fronte dell’isolazionismo in cui l’America cadrebbe con il favorito tra i repubblicani Donald Trump (e con lo sfavorito tra i democratici Bernie Sanders), Hillary Clinton rappresenterebbe la continuità con “quell’internazionalismo variamente declinato” che da Roosevelt in poi ha dominato la politica estera americana e che si sarebbe interrotto con il capitolo di Barack Obama. Eppure a vedere dall’operato in qualità di Segretario di Stato, vediamo come l’internazionalismo “clintoniano” tanto acclamato da Panebianco assomigli più a quello di George W.Bush piuttosto che a quello “realista” di Kennedy o di Reagan. La signora Clinton è  infatti alle origini delle scelte di politica estera più scellerate degli ultimi anni che hanno danneggiato l’Europa, in particolare sul piano dell’afflusso di profughi dal Medio Oriente e alla sovraesposizione geografica relativa al terrorismo (vedi i doppi attentati a Parigi). Basti poi pensare al sostegno americano al fondamentalismo dei Fratelli Musulmani durante le “primavere arabe”; alle aggressioni alla Libia, al Mali, alla Costa d’Avorio; alla firma, in un primo momento, delle sanzioni economiche contro l’Iran e la Russia; alle dichiarazioni guerrafondaie contro la Siria di Bashar Al Assad; per non parlare della pianificazione del Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti.

Così mentre i popoli europei chiedono meno America, Angelo Panebianco elemosina la vittoria di Hillary Clinton e mette in guardia lettori ed elettori su Trump e Sanders, i due populisti semi-outsider di questa sorprendente tornata elettorale. Il primo, per la sua ricetta politica articolata su protezionismo economico e isolazionismo (addirittura una sua vittoria favorirebbe “Putin e i suoi amici” scrive). Il secondo invece si limita a catalogarlo tra gli isolazionisti. Nemico della dittatura di Wall Street, il senatore del Vermont ha puntato su quelle fasce della popolazione relegate a margine dall’establishment, raccogliendo la maggior parte dei consensi tra i giovani e i delusi dalla retorica politica liberale-libertariadem. Ciò che spaventa gli americanisti di maniera europei è proprio il fatto che Sanders si collochi nella tradizione socialisteggiante e non bellicista rappresentata nel Novecento da scrittori come Mark Twain, Henry James, John Dewey Edgar Lee Masters, Ezra Pound. O da animali politici come Padre Charles Edward Coughlin, sacerdote statunitense, fondatore del National Union for Social Justice, un partito con milioni d’iscritti a favore delle riforme monetarie, della nazionalizzazione delle grandi industrie e delle ferrovie e della tutela dei diritti dei lavoratori, e Charles Lindbergh, aviatore, leader dell’America First Commitee, movimento isolazionista e trasversale, che contava 800mila membri. 

Così a 15 anni dagli attentati dell’11 settembre, agli sgoccioli del secondo mandato di Barack Obama e alla vigilia di nuove elezioni vissute tra disagi e disaffezioni, in un quadro mondiale di instabilità a tutti i livelli, tra primarie incerte articolate sulla crisi dei partiti tradizionali, cosa significa parlare oggi in Europa di America? In che modo dobbiamo guardare Oltreoceano? Ha senso discutere di un eccezionalismo americano? A dibattere su questa tematica appassionante quanto attuale saranno Alain De Benoist (saggista e editorialista della rivista francese Eléments), Luca Giannelli (giornalista La7 e autore di “New York Confidential”) e Marcello Foa (direttore del gruppo del Corriere del Ticino, editorialista de Il Giornale e autore de “Gli stregoni della notizia”) introdotti da Lorenzo Borré e moderati da Lorenzo Vitelli (direttore della casa editrice Circolo Proudhon) e Sebastiano Caputo (direttore de L’Intellettuale Dissidente). L’incontro si svolgerà sabato 2 aprile alle 17 in Piazza San Salvatore in Lauro 15. L’ingresso sarà libero fino ad esaurimento posti (220 posti a sedere). Segnatevelo in agenda cliccando qui.

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