Papa Bergoglio ha scelto di chiamarsi Francesco. Rifacendosi così a quella forma di vita religiosa incentrata sul suo fondatore, San Francesco d’Assisi, il quale visse nella povertà, nel silenzio, nell’umiltà, al servizio dei più bisognosi. Il richiamo all’ordine francescano è un segnale forte in una Chiesa che negli ultimi secoli ha lottato perennemente per la conquista del potere temporale con lo Stato laicizzato. La volontà papale era quella di evangelizzare dall’alto, dalle istituzione, predicando ex cathedra, subordinando il governo alle autorità ecclesiastiche, proprio come si era fatto nell’Europa medievale fino agli inizi del Ottocento. Si credeva che solo il potere aveva la forza di convertire i non credenti, gli infedeli. Si voleva parlare alla testa delle persone non al cuore come invece aveva fatto Gesù Cristo quando proclamò la sua rivoluzione spirituale.

Il Potere doveva quindi essere conservato ad ogni costo, addirittura nell’Europa dell’Ottocento, quando quest’ultimo passava nelle mani degli Stati unificati per via di una laicizzazione, forzata sicuramente ma in fondo necessaria. La Chiesa continuava e ha continuato inesorabilmente a riconquistarlo, entrando in una competizione assolutista contro la laicità, quando in realtà non ebbe l’intelligenza di comprendere che questa separazione tra potere temporale e potere spirituale, era la sua salvezza, la sua vittoria. Il Nuovo Potere era diabolico, combatterlo significava scendere a compromessi con esso. Il nuovo pontefice, richiamandosi alla figura di San Francesco d’Assisi, segna un punto di svolta. Dimostra volersi sganciare definitivamente dal potere temporale, dalle logiche di mercato e di competizione con il Nuovo Potere, instaurando un rapporto orizzontale tra fedeli e sacerdoti, per ripartire la sua missione dalle strade, dal territorio, dalla vita sociale della comunità.

Lo dimostrano i suoi primi giorni da successore di Pietro: dopo l’elezione non è salito sull’auto prevista per lui ma in pulmino con gli altri cardinali, è andato a pagare il conto dell’albergo che lo ha ospitato a Roma, ha parlato per telefono con gli amici prima che con i potenti, preferisce la Residenza Santa Marta all’appartamento pontificio, non ha voluto indossare stole pregiate ma la semplice mozzetta bianca, detta la pellegrina, l’anello è d’argento dorato, la croce non è d’oro ma di ferro, la stessa che ha sempre indossato negli anni trascorsi come arcivescovo, come le scarpe, più comode dei celebri mocassini rossi. Nei primi discorsi Papa Francesco ha riparlato del “diavolo” e ha esaltato la figura dei poveri, facendo della Dottrina Sociale della Chiesa, un programma di papato.

La Dottrina Sociale della Chiesa e l’avvento del socialismo di natura cristiana 

Per fondare e forgiare una società riconciliata nella giustizia e nell’amore, Pio XI decise di raccogliere un “corpus dottrinale” (Dottrina Sociale della Chiesa) riguardante temi di natura sociale ed economica, partendo dall’enciclica “Rerum Novarum” scritta dal papa Leone XIII nel 1891. Innestandosi su una tradizione plurisecolare, la Dottrina Sociale della Chiesa – tutt’oggi aggiornata – trova le sue radici nella Sacra Scrittura, specialmente nel Vangelo e negli scritti apostolici, e ha preso forma e corpo a partire dai Padri della Chiesa. Benché questa raccolta debutti alla fine del Diciannovesimo secolo, la Chiesa non si è mai disinteressata alla sollecitudine sociale: in questo senso la “Rerum Novarum” (tradotto dal latino significa “Cose Nuove”) offre e dà ai credenti l’apertura per un’azione rinnovata.

Papa Leone XIII articola la sua enciclica in un contesto storico-sociale complesso (fine del diciannovesimo secolo), nel quale l’epopea rivoluzionaria industriale inizia a far pesare le sue conseguenze nei gangli della società, sollevando gravi problemi di giustizia e ponendo la prima grande questione socio-politico-lavorativa, vale a dire la questione operaia, suscitata dal conflitto tra capitale e forza-lavoro. Sono gli anni in cui le teorie marxiste iniziano a permeare le mentalità degli individui, dando vita in Europa ai primi partiti politici social-comunisti. Partiti cha fanno della lotta di classe la loro strategia rivoluzionaria e richiamano il proletariato ad appropriarsi del potere ribaltando una borghesia oppressiva. Sono anche gli anni dove il capitalismo illuminato degenera in capitalismo selvaggio: l’uomo non è più un fine ma un mezzo per giungere al più ampio profitto. La società si trova dinanzi a un progresso tecnico, scientifico e industriale accelerato, che rischia di tramontare con la disumanizzazione della natura umana, poiché l’Uomo non ha più un’anima ed è solo corpo e di conseguenza materia.

La concezione materialistica divenuta una forma di schiavitù, estromette il lavoratore dal Capitale, facendogli perdere la sua dignità in cambio di un misero salario. Leone XIII elenca gli errori che provocano il male sociale, e fonda un’analisi di redenzione e di giustizia sociale confutando i falsi rimedi esposti dal social-comunismo e mettendo in luce in pericoli del capitalismo selvaggio, così tracciando gli aspetti concernenti la dignità dell’uomo (qualunque siano le sue ricchezze), la responsabilità di ciascuno di fronte ai bisogni dei propri fratelli, e ricordando infine i doveri della classe dirigente nei confronti dei governati.

La Teologia della Liberazione e il socialismo sudamericano del XXI secolo

La Teologia della Liberazione nasce negli anni Settanta dopo il Concilio Vaticano II nel Sudamerica per via dei sacerdoti Gustavo Gutiérrez (peruviano), Hélder Camara e Leonardo Boff (brasiliani). Il continente vive un periodo controverso, fatto di miseria, povertà assoluta, fame e dittature militari e, le comunità cattoliche non riescono da sole a combattere le ingiustizie sociali, di conseguenza ricorrono all’analisi marxista e alla lotta di classe per rielaborare nuove proposte teologiche.

“La salvezza – dice il teologo  peruviano – è una liberazione che inizia nella storia e va al di là di essa e, la liberazione si oppone alla dominazione”.

L’incontro avvenuto poche settimane fa a Roma, tra la “presidenta” argentina Cristina Fernandez de Kirchner e Papa Francesco toglie diversi dubbi sull’elezione del nuovo Pontefice. In molti avevano pensato che la scelta del Conclave di nominare un sudamericano, per di più avverso alla famiglia Kirchner in Argentina (quando era Vescovo di Buenos Aires, l’ex presidente Nestor De Kircher lo definì “il vero rappresentante dell’opposizione al governo”) fosse stata una scelta geopolitica. Un po’ come lo era stata in chiave anti-comunista quella di Giovanni Paolo II. Come se un Papa venuto “dalla fine del mondo” avesse potuto ostacolare la rivoluzione bolivarista in corso, entrando di fatto in conflitto con i governi socialisti sudamericani che sulla scia del defunto Hugo Chavez, intendono portare avanti l’emancipazione del Continente dall’egemonia statunitense.

Pertanto una riconciliazione, una convivenza, una sintesi tra socialismo del XXIesimo secolo e cattolicesimo sembrerebbe possibile. Cristina Fernandez de Kirchner, che ha riportato le parole del Papa stesso, si è detta “profondamente colpita” per le dichiarazioni del nuovo pontefice, il quale ha parlato del Sudamerica come di una Patria grande riferendosi a Simon Bolivar. Proprio a Simon Bolivar e alla teologia.