C’è uno spettro che si aggira nel mondo. Si chiama islamo-nazismo. Un’espressione coniata dall’apparato mediatico pochi giorni fa dopo che nei licei pubblici tunisini di Keirouan e di Jendouba, gli studenti hanno celebrato la fine degli esami esponendo degli striscioni giganteschi inneggianti alla gloria del Terzo Reich tedesco e all’ISIS. Dal cattivo neo-nazistello europeo, biondo dagli occhi blu, estremo e suprematista, impersonato dall’omicida norvegese Anders Breivik – massone con una forma mentis anglosassone – che nel 2011 uccise 69 persone nell’isola di Utoya si è passati al tagliagole arabo-musulmano che al grido di “Allah akbar!” impone la sua visione integralista al resto mondo.

Carl Schmitt lo conoscono bene. Era necessario aggiornare il profilo del nemico (inimicus) perché Breivik era un bianco e parlava lo stesso linguaggio fallaciano dei neoconservatori americani ed europei. Non rispondeva più, dunque, alla silhouette del capro espiatorio. C’era un cortocircuito, per questo è stata necessaria una sverniciata, un nuovo colore della pelle, una sintesi tra passato e presente, degli Imperi del Male. Un decennio di GeorgeBushismo, con una buona dose di politicamente corretto lib-lib, è stato sufficiente per stravolgere la percezione dell’Islam presso l’opinione pubblica occidentale. Abbastanza da farla bere ai sudditi delle “democrazie avanzate”. Così sono stati sovrapposti nazional-socialismo e terrorismo islamico.

I metodi nazisti e una religione non giudaico-cristiana sono diventati il mix esplosivo per la costruzione del Male Assoluto del terzo millennio. Ecco che un nemico perfetto si aggira nelle stanze nella realtà mediatizzata. Si chiama islamo-nazismo, inneggia ad Adolf Hitler e al Califfo Al Bagdadi, appende bandiere nere dell’Isis, cita i filosofi del Terzo Reich, ha il portafoglio a Washington e il cuore a Tel Aviv.