Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Non sempre la diplomazia coincide con la realtà militare. Questo discorso è valido per la Siria come per altri Paesi che nel passato hanno vissuto situazioni analoghe: nonostante Bashar Al Assad per intercessione di Vladimir Putin abbia ottenuto una vittoria nella battaglia delle idee durante l’Assemblea delle Nazioni Unite è necessario analizzare il teatro di guerra dove si consumano gli scontri tra le fazioni. Attualmente i miliziani di Jabhat Al Nusra e dell’Isis controllano il 70 per cento del territorio (da sottolineare come la maggior parte di esso è desertico), mentre nel restante 30 per cento controllato dalle forze armate regolari, il governo siriano gode di un consenso popolare straordinario. In quattro anni i fedelissimi (ministri e generali) non hanno mai tradito il presidente Assad che nelle ultime elezioni ha ottenuto l’88 per cento dei suffragi espressi. Negli ultimi mesi l’esercito ha subito numerose sconfitte (un numero leggermente superiore alle vittorie, il tornante è stata la perdita di Palmira) di conseguenza i caduti in guerra si sono moltiplicati. Questa dissoluzione di uomini viene oggi in parte compensata dai tanti volontari, in particolare i giovani che all’inizio del conflitto avevano 14, 15 e 16 anni, che si sono arruolati con il susseguirsi degli anni. Nei vertici militari gira la voce di una divisione interna: da una parte ci sarebbero i pragmatici che appoggiano il sostegno militare delle potenze straniere come l’Hezbollah libanese, la Russia e l’Iran, dall’altra invece gli scettici temono che una volta finita la guerra la Siria dovrà cedere delle porzioni di sovranità.

Eppure a vedere Damasco, il quartiere generale della Siria di Assad, è difficile immaginare una sconfitta militare contro i terroristi di Daesh. L’immensa capitale è blindata e appare inespugnabile “da terra” per chiunque. E seppur il morale dei soldati è altissimo, Damasco non è la Siria, che attualmente è divisa in diverse zone d’influenza e occupazione. Per capire il suo avvenire è necessario porsi una domanda: fino a che punto i russi sono disposti a difendere l’integrità territoriale del Paese? Attualmente questi si trovano nella roccaforte alawita, tra Latakia e Tartous. Sorge un altro interrogativo: difenderanno fino alla fine, insieme agli alleati iraniani, iracheni, e libanesi, la capitale siriana, sede presidenziale di Bashar Al Assad?

Perché qualora Mosca dovesse trincerarsi in quell’area territoriale che si affaccia sul Mediterraneo, dove tutela già oggi meticolosamente i suoi interessi, e accogliere in un secondo momento l’attuale presidente siriano in caso di espulsione forzata dalla comunità internazionale, si realizzerebbe quella balcanizzazione della Siria sognata dai grandi teorici dell’implosione del mondo arabo-musulmano (dal Marocco al Pakistan). Gli stessi che dopo l’attacco statunitense in Iraq nel 2003, hanno provato a destabilizzare Nordafrica, Vicino e Medio Oriente attraverso la sponsorizzazione mediatica delle “primavere arabe” e la manipolazione dei gruppi terroristici come l’Isis (che come ha ricordato Putin all’Onu “non è nato per caso”).

Di fronte ad un eventuale “passo indietro” dei russi, e ad una successiva perdita di aree controllate dall’esercito siriano, potrebbe configurarsi la suddivisone territoriale seguente: l’Isis, intorno a Raqqa controllerebbe il Nord Est del Paese, più ad Est ancora i curdi siriani diventerebbero maggiormente autonomi, nel Nord Ovest, intorno a Latakia e Tartous, gli alawiti avrebbero la loro regione sotto la sfera di influenza russa, e a Sud Ovest, Israele legittimerebbe l’attuale occupazione del Golan, sotto copertura di un governo di transizione senza consenso popolare e nominato dalle cancellerie occidentali, che siederà a Damasco. Non ci erano riusciti in Iraq, ce la potrebbero fare in Siria. “Mezzaluna Sciita” e Russia permettendo.