Di fronte all’ennesima tragedia nel Mediterraneo le parole non servono più a nulla. Lontani dai buonisti di sinistra e dagli sciacalli di destra è necessaria una strategia volta a risolvere a medio e lungo termine il problema – perché di un problema si tratta – dell’immigrazione incontrollata e clandestina. Gli spunti di riflessione arrivano dalla Francia, il Paese che per via del suo passato coloniale, deve fare più degli altri i conti con l’arrivo di nuove popolazioni dal Magreb e dall’Africa subshariana. Si chiama “riemigrazione” o “inversione dei flussi migratori” il metodo alternativo alla globalizzazione trionfante elaborato dallo studioso Laurent Ozon.

Parte da una constatazione di tipo demografico. Il vero problema non è dunque legato al Magreb che è popolato da ottanta milioni di arabo-berberi ripartiti in cinque Paesi diversi, ma all’Africa subsahariana che secondo alcune stime sarà abitata nel 2050 da un miliardo e ottocento milioni di persone, in maggioranza cristiane, che diventeranno quattro miliardi alla fine del secolo. Il neo-colonialismo occidentale (creazione di profughi di guerra) e le sue politiche di sfruttamento (miseria, fame, disperazione) pongono, e porranno, le basi di nuovi flussi migratori verso l’Europa. Se questa sarà la tendenza demografico-migratoria, le prime vittime saranno proprio i Paesi del Magreb (Algeria, Marocco, Libia, Tunisia, Egitto), soprattutto dopo la destabilizzazione prodotta della cosiddetta “primavera araba”, i quali si faranno letteralmente inghiottire. A separare queste due aree geografiche poi non c’è il mare ma il deserto che, nel transito, è sicuramente meno pericoloso. Un partenariato strategico tra nazioni sovrane nell’area mediterranea è dunque interesse di tutti, europei, magrebini, e paradossalmente anche africani. Nel nostro continente poi c’è un fattore che accomuna tutte le forze politiche anti-sistemiche nei Paesi Mediterranei, dalla Grecia alla Spagna passando per l’Italia e la Francia: l’euroscetticismo. Che in questo caso non significa “rifiuto dell’Unione” bensì “ volontà di non appiattirsi all’Europa continentale”. Questa convergenza di nemici e interessi comuni traccia di conseguenza una nuova via mediterranea, dunque, un nuovo partenariato mediterraneo, che dovrà necessariamente smarcarsi dalla dottrina statunitense dello “scontro di civiltà” e da quella economicistica nordica dell’Unione Europea.

Il Mediterraneo deve essere inteso di conseguenza come luogo d’incontro di civiltà e di interessi comuni e non come cimitero dell’umanità e culla della disperazione. Per invertire i flussi migratori, le gerarchie europee hanno il dovere di lavorare urgentemente con le nuove popolazioi di origine immigrata integrate nel nostro continente (immigrati di seconda o terza generazione) al fine di formare un’elite. Questi avranno un ruolo di mediazione fondamentale, e potrebbero diventare dei nuovi “giannizzeri”: un corpo elitario sul modello di quello ottomano che aveva costituito una guardia personale di soli cristiani a difesa del Sultano, che ci permetterebbe di aiutare queste popolazioni a difendersi ed organizzarsi e, di conseguenza, di proteggere le frontiere dei Paesi europei che si affacciano sul mare. Queste considerazioni in fondo non sono poi così lontane dalla tradizione della politica estera italiana che durante la guerra fredda, attraverso i vari Fanfani, Mattei, Andreotti, Craxi, ha sempre adottato una politica estera pro-araba e a favore dell’autodeterminazione dei popoli, lavorando nella formazione della classe dirigente africana e nordafricana del domani, nelle nostre università italiane.