Per capire il futuro geopolitico del Vicino e Medio Oriente occorre dare uno sguardo alla guerra diplomatica dell’oro nero. Nell’incontro a sorpresa svoltosi di recente a Doha tra il ministro saudita del petrolio, Ali al Naimi, e il suo omologo russo, Alexander Novak, a cui hanno partecipato anche il ministro venezuelano dell’Energia e quello del Qatar, è stata stretta un’intesa parziale per far fronte alla caduta dei prezzi, mai così giù da 12 anni. Crollate dai 115 dollari al barile del giugno 2014 a 50-60 l’anno scorso, fino a scendere a meno di 30 dollari, questa cifra potrebbe mantenersi a lungo. Così la stabilità del prezzo del barile in caduta libera è diventata una priorità per tutti, in particolare per quei Paesi che hanno forti squilibri interni legati al finanziamento del Welfare State (Russia e Venezuela). 

Erano 15 anni che un Paese non appartenente al cartello dell’Opec, in questo caso la Russia, non si sedeva allo stesso tavolo dei più grandi produttori di petrolio di cui il regno saudita è leader. Eppure, nonostante l’importanza della seduta, si è deciso di non decidere nella misura in cui è stata scelta la via del congelamento – e  non una sua riduzione, come sarebbe invece necessario per far ripartire i prezzi – della produzione che di per sé è già altissima. Secondo un rapporto mensile diffuso a gennaio dall’Opec infatti, questa è stata di 32,335 mbg, appena sotto il massimo storico di 32,426 mbg toccato due mesi prima. Quanto alla Russia nel mese di gennaio avrebbe prodotto da sola 10,99 mbg, un record nel periodo post-sovietico. 

La reazione dei mercati dimostra che la decisione presa in questi giorni a Doha non è stata sufficiente. In primo luogo c’è la mancata adesione di Iran e di Iraq. I primi sono da poco tornati sulla scena petrolifera dopo la fine delle sanzioni occidentali. Il governo di Teheran sta cercando di riguadagnare il terreno perduto (a gennaio produceva 2,99 milioni di barili al giorno contro una capacità di 4 milioni) e a più riprese ha sostenuto di non pensare a limitazioni prima di aver raggiunto i suoi obiettivi (“non rinunceremo alla nostra quota di mercato”, ha precisato il ministro del petrolio Bijan Zanganeh annunciando colloqui con Iraq e Venezuela oggi a Teheran). I secondi invece sono alle prese con una costosissima guerra contro Daesh e, congelare la produzione del petrolio significherebbe diminuire gli introiti statali derivanti dall’oro nero, per altro unica fonte di finanziamento per un Paese spaccato territorialmente e privo di stabilità (paradossalmente Baghdad riesce ancora a produrre 4,4 milioni di barili al giorno).   

Inoltre l’Iran non sembra disposto ad adeguarsi al congelamento, seppur caldeggiato dall’alleato russo, perché significherebbe cedere alla volontà dell’arcinemico saudita. Un compromesso che di questi tempi in cui è in corso una sorta di guerra per procura in Siria, Libano e Yemen tra la famiglia Saud (sunnita) e il clero degli Ayatollah (sciita), è impensabile. Nella lotta egemonica per il Medio Oriente in gioco c’è il primato religioso, dunque politico, di tutta la regione. A meno che i mediatori venezuelani e russi riescano a convincere le autorità iraniane, difficilmente dunque vedremo Teheran cedere alle richieste di Riad, che di fatto mostrando disponibilità a fermare il crollo, ha chiarito che non vuole prezzi superiore i 100 dollari al barile. Negli ultimi 50 anni, il suo obiettivo di fondo è sempre stato quello di prezzi a livelli stabili e bassi, tali che il mondo continui ad avere bisogno del suo petrolio. 

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale