Gli Stati Uniti sono i precursori del mondo moderno. Tutto quello che avviene Oltreoceano si scaglia dieci, venti, trenta, quarant’anni dopo su noi europei: le mode, gli usi, i costumi, gli oggetti di consumo, le tendenze, i movimenti, le idee, i modelli culturali. Dalla pornografia al bipolarismo perfetto in politica passando per il gender, il femminismo, le primarie di partito, tutto è americano, prima ancora che nostro. Così anche l’omosessualismo militante. Tutto iniziò nel 1969 con i moti di Stonewall a New York quando i poliziotti statunitensi irruppero nel bar gay situato a Christopher Street nel Greenwich Village. Da lì, giugno è diventato il mese della violenza QILGBT (Queer, Intersessuali, lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans). Ogni anno una kermesse arcobaleno, il Gay Pride, invade le città di tutto il mondo, baciata dalla sponsorizzazione di grosse multinazionali rigorosamente soprannominate “gay-friendly”. Alla faccia della discriminazione. Quest’anno a Roma pagano Vitasnella, Ceres, BAM Energy drink, Air Berlin con la benedizione del sindaco Ignazio Marino.

“I diritti dob­biamo pren­der­celi”, dice Andrea Mac­ca­rone, portavoce del Roma Pride. Su uno dei tanti carri c’è uno stri­scione diviso a metà, da una parte c’è “#ilverso giu­sto”, con l’elenco dei Paesi con le leggi più avan­zate (Francia, Irlanda, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Inghilterra, ecc.); dall’altra il “#verso sba­gliato” con Iran, Cina, Rus­sia… In mezzo c’è la fac­cia di Renzi con sotto tre grandi punti interrogativi. Da che parte della storia sta il premier si chiedono i manifestanti? Con il Progresso o la Reazione? Con la civiltà o le barbarie? Con i lumi o l’oscurantismo?  “L’attuale discus­sione parlamentate non mi sod­di­sfa assolutamente», commenta il lea­der di Sinistra Ecologia e Libertà Nichi Ven­dola, ricor­dando il refe­ren­dum irlan­dese e il voto dell’europarlamento sulle fami­glie omogenitoriali. “La poli­tica dia rispo­ste a una società che cam­bia”, twitta il pre­si­dente della camera Laura Bol­drini.

Ma più che una manifestazione sembra una vera e propria passerella folkloristica in cui la degenerazione antropologica ha preso il sopravvento. Sfilano uomini in mutande, donne in perizoma, bambini deportati dai genitori con cartelli contro l’omofobia, carri con banane appese. Il Gay Pride segna così la frontiera che separa l’omosessualità dall’ideologia gay. L’omosessuale rimane stabile nel suo sesso e mantiene le sue passioni nell’ambito dell’intimità. La non rivendicazione del suo orientamento sessuale non è frutto della paura di essere discriminato ma una scelta ragionata che vuole rimanere invisibile allo Stato perché lo Stato non deve entrare nella sua camera da letto. Il gay invece si muove nell’universo opposto cercando di integrare, nel caso maschile, le virtù femminili (e viceversa): voce, abbigliamento, gestualità. Con un atteggiamento ostentatorio e discriminante questo non tollera l’intolleranza e abbisogna dell’accettazione forzata, impone il suo diritto all’accettazione come normalità legittimando l’irruzione dello Stato anche nella sfera privata. La violenza dell’ideologia gay si manifesta, nel Pride come altrove, nella volgarizzazione, nell’eccesso e nella perversione collettiva. Gli omosessuali vengono di conseguenza presi in ostaggio da questi degenerati che in realtà non fanno altro che ridicolizzare la loro intimità e diffondere tra la gente comune – che è per natura tollerante – un sentimento di omofobia. Il Gay Pride dice di parlare a nome della totalità degli omosessuali. In realtà sono soltanto i portavoce della lobby QILGBT. Una lobby tutt’altro che discriminata.