Quest’anno non sarà un pellegrinaggio alla Mecca (hajj) come gli altri. Mai come oggi sciiti e sunniti, rappresentati rispettivamente da Iran e Arabia Saudita (Paese che ospita la cerimonia), vivono un’epoca tormentata. E nonostante Riad abbia concesso i permessi d’ingresso tramite Paesi terzi, il governo di Teheran ha impedito per la prima volta da circa 30 anni ai cittadini iraniani di partecipare all’incontro annuale più importante, quello che, almeno una volta nella propria vita, un buon musulmano deve fare. Ma per gli sciiti l’hajj non è l’unico pellegrinaggio. Esistono altre due mete altrettanto importanti ed esclusive: Najaf e Kerbala, in Iraq. Nella prima città si trova il mausoleo di Alì, genero di Maometto, nella seconda invece c’è la tomba di suo figlio Hussein, nipote del Profeta ucciso nel 680 dalle truppe del califfo di Damasco Yazid. Pertanto al fattore teologico che separa gli sciiti dai sunniti, si aggiunge quello geopolitico. Gli iraniani non hanno mai dimenticato l’appoggio degli emiri del Golfo a Saddam Hussein nella guerra svoltasi tra il 1980 e il 1988, mentre oggi i due Paesi si vedono impegnati in complessi scenari di conflitto, come in Siria, in Iraq e nello Yemen. La tensione ha poi raggiunto il culmine a gennaio di quest’anno dopo l’uccisione a Riad dell’imam sciita, fervente oppositore della Casa Reale, Nimr Baqir al-Nimr. L’esecuzione sommaria ha spinto i manifestanti iraniani ad assaltare l’ambasciata saudita a Teheran, e a loro volta, i sauditi hanno sancito la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Teheran.

Proprio in questi giorni, l’ayatollah Ali Khamenei ha definito la dinastia dei Saud “piccoli poveri diavoli al servizio del Grande Satana, l’America” suggerendo al mondo musulmano di pensare seriamente a una nuova modalità di gestione dei luoghi santi dell’Islam, in particolare dopo la cattiva gestione dell’anno scorso che vide durante un momento di ressa del pellegrinaggio la strage di una maggioranza di iraniani (464 su un totale di 2426). La replica è arrivata dall’erede al trono di Riad, il principe Mohammed Bin Nayef (l’Iran tenta di “politicizzare l’Hajj”) e dal muftì saudita Abdelaziz al Sheikh (che ha definito Khamenei e il suo regime “nemici dell’Islam” e “non musulmani”). L’ultima parola ce l’ha avuta Mohammed Javad Zarif, ministro degli esteri iraniano, che via Twitter ha scritto:

“Nessuna somiglianza fra l’Islam professato dagli iraniani e dalla maggioranza dei musulmani e l’estremismo bigotto dei chierici wahabiti e le prediche dei maestri del terrore sauditi”.

Per quanto la gestione dei luoghi sacri sia sempre stata di competenza locale, la comunità sunnita non sembra unita e schierata interamente con l’Arabia Saudita come invece provano a far credere le autorità dei Paesi del Golfo. Tra il 25 e il 27 agosto a Grozny (Cecenia) si è tenuto un congresso mondiale che ha riunito circa 200 dignitari religiosi islamici, dottori coranici e pensatori musulmani, prevalentemente sunniti, da Egitto, Siria, Giordania, Sudan ed Europa. Fra questi c’erano il grande imam di Al Azhar, Ahmed al Tayeb, il gran Mufti d’Egitto, Cheikh Chawki Allam; il consigliere del presidente egiziano e rappresentante del Comitato religioso al parlamento del Cairo, Cheikh Oussama al Zahri; il gran Mufti di Damasco Abdel Fattah al Bezm; il predicatore yemenita Ali al Jafri; il pensatore Adnan Ibrahim e molti altri. Lo scopo dell’incontro era cercare di definire l’identità “delle genti del sunnismo e della comunità sunnita”, davanti alla crescita del terrorismo takfirista-wahhabita che pretende di rappresentare l’Islam nella sua totalità e che soprattutto vuole affermarsi come unico rappresentante legittimo della umma.

Al termine dei lavori, nel comunicato finale, i partecipanti hanno precisato che il wahhabismo (dottrina religiosa nata nei territori dell’attuale Arabia Saudita e dominante nella monarchia del Golfo) non può far parte della comunità sunnita. L’esclusione di questo ramo dell’Islam – si spiega – è dovuta alla necessità di “un cambiamento radicale per poter ristabilire il vero senso del sunnismo, sapendo che questo concetto ha subìto una pericolosa deformazione in seguito agli sforzi degli estremisti di svuotarlo di senso per impossessarsene e ridurlo alla loro percezione”. Se la Mecca non tornerà dunque a essere un luogo condiviso da tutti i musulmani rischiamo che gli sciiti abbandonino definitivamente l’hajj per trasferirsi direttamente a Kerbala e a Najaf.

Articolo pubblicato in esclusiva per la Treccani