Al mercato elettorale si chiede a gran voce che i musulmani si dissocino da quanto accaduto a Parigi venerdì 13 novembre. E se lo fanno non è mai abbastanza. Non si tratta di una richiesta sincera ma di una psicosi collettiva di chi vuole rivendicare la propria identità soltanto quando essa è (o sembra) minacciata. Allora capisci il sistema dell’informazione occidentale quando vedi con che facilità il circo politico-mediatico associ Islam, Corano e Terrorismo e come dalla caduta del muro di Berlino ad oggi nessuno abbia mai contestato il fatto che gli Stati Uniti d’America possiedano, fin dalla loro nascita, la convinzione di essere stati scelti da Dio (quale? Il nostro?) per redimere l’umanità. Dopo l’11 settembre George W. Bush si rivolse all’Altissimo per chiedere la benedizione della sua crociata in Medio Oriente contro “l’asse del Male”. Così in quegli anni tornava di moda l’eccezionalismo americano, vale a dire un nazionalismo religioso ed ecumenico dettato da una teologia imperiale che dal 2001 non ha fatto altro che seminare odio, morte e distruzione. Gli attentati di Parigi rivendicati dallo Stato Islamico – un’organizzazione semigovernativa nata sulle macerie della guerra irachena – così come gli attacchi precedenti nel cuore del continente europeo, non sono altro che una conseguenza di questa tragica parabola tutta occidentale.

Per capire il doppio standard dei commentatori politici basta leggere “Democrazia di Dio. La religione americana nell’era Impero e del Terrore” (Editori Laterza, pag. 228) di Emilio Gentile, uno libro straordinario scritto da un allievo di Renzo De Felice, il quale vinse un premio internazionale per i suoi studi su religione e politica nei totalitarismi: Fascismo, Comunismo, Nazionalsocialismo e Democrazia Americana. Che quest’ultima si trovi al fianco delle grandi ideologie novecentesche dovrebbe, di per sé, far pensare. La fede democratica infatti ha avuto origine dalla tradizione religiosa dei coloni americani e la religione è sempre stata, come osservava già Alexis Tocqueville nel 1830, la principale istituzione politica degli Stati Uniti. Questi sono sempre stati – come lo sono tuttora – una delle nazioni più religiose dell’Occidente. La Costituzione afferma il principio della separazione fra lo Stato e la Chiesa, eppure nel corso della sua storia, la politica non è mai stata separata dalla religione. Il groviglio politico-religioso si percepisce nella celebrazione corale “God Bless America” cantato dai credenti delle varie chiese e confessioni che compongono il mosaico religioso statunitense, così come negli inni patriottici che si intrecciano con quelli religiosi nei luoghi di culto laici decorati dalla bandiera a stelle e strisce. L’America, osservò nel 1922 lo scrittore cattolico inglese Gilbert K. Chesterton, “è una nazione con l’anima di una Chiesa” perché “è l’unica nel mondo fondata su un credo, esposto con dogmatica, teologica lucidità nella Dichiarazione d’indipendenza”.

E se la religiosità in America è inizialmente di matrice protestante, poi negli anni 30 del Novecento si ebraicizza, negli ultimi decenni invece ha acquisito una dimensione spirituale autonoma: la sacralizzazione della democrazia patriottica. Un’ideologia, al pari di quelle novecentesche, che in nome di Dio è stata esportata con la violenza prima in Afghanistan, Iraq e Libia, oggi in Siria e domani probabilmente in Iran. In questi 14 anni nessuno ha mai chiesto a noi europei, subalterni all’americanismo, di dissociarsi da questa spiritualità mortifera. Esportare la democrazia di Dio: not in my name.

Articolo pubblicato su Il Giornale