Un clima incandescente

Da venerdì – giorno in cui al Cairo sono scoppiati i primi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine – ad oggi, si contano ormai 55 morti e circa 600 feriti.

In Egitto si respira la stessa aria di due anni fa, quando a Piazza Tahrir c’erano oppositori e sostenitori di Hosni Mubarak a contendersi il futuro del Paese. Questa volta insieme alla rabbia della piazza sta salendo intanto anche il numero delle vittime e dei feriti. Da venerdì – giorno in cui al Cairo sono scoppiati i primi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine – ad oggi, si contano ormai 55 morti e circa 600 feriti. Le violenze si sono poi estese in tutto il Paese infatti undici persone sono rimaste uccise in diverse città, la maggior parte a Suez e ad Ismailiya mentre il maggior numero di vittime si è verificato nella provincia di Cairo (172), seguita da Alessandria (102), e di nuovo Suez (89) ed Ismailiya (77). A Port Said inoltre 37 persone sono morte nelle violenze esplose il giorno seguente, sabato, dopo l’emissione di 21 condanne a morte per i tafferugli del primo febbraio 2012 nello stadio della stessa città. Domenica infine, sempre a Port Said, sparatorie sono scoppiate durante i funerali delle 37 persone morte il giorno prima e in questi nuovi scontri sette persone sono rimaste uccise e 630 ferite.

Un Paese spaccato in due

A seguito del colpo di Stato del 23 luglio 1952 condotto dal generale Mohammed Nagib e dal colonnello Gamal Abd al Nasser a discapito della monarchia costituzionale retta dal re Faruq I, i Fratelli Musulmani egiziani subirono un duro colpo.

Il Paese è totalmente  spaccato in due: da una parte c’è un modello sociale e politico liberal-democratico trainato dal Fronte di Salvezza Nazionale (il partito di El Baradei che perse contro Morsi alle elezioni l’anno scorso) e dall’altra c’è un movimento politico-religioso – i Fratelli Musulmani – il quale porta avanti una visione islamico-conservatrice del Paese. Le strategie politiche degli ultimi mesi a partire dalla proposta costituzionale che pone le sharia (legge islamica) come fonte del diritto e concede dei poteri speciali al presidente sono state viste da una parte dei cittadini come un progetto architettato dalla Confraternita per mettere le mani sull’Egitto, una polveriera di 83 milioni di abitanti di varie etnie e religioni, un mosaico dagli equilibri delicatissimi che nella sua storia moderna non ha mai accettato il dominio di una comunità su un’altra. Tuttavia per la Fratellanza la vittoria alle elezioni un anno fa è stata una rivincita a tutti gli effetti, basta proiettarsi indietro negli anni e analizzare la storia politica ed istituzionale del movimento: a seguito del colpo di Stato del 23 luglio 1952 condotto dal generale Mohammed Nagib e dal colonnello Gamal Abd al Nasser a discapito della monarchia costituzionale retta dal re Faruq I, i Fratelli Musulmani egiziani subirono un duro colpo. Negli anni Cinquanta furono sciolti ed imprigionati per volontà dell’allora leader Nasser, sino ad attuare una definitiva repressione dopo il fallito attentato di questi ultimi nei suoi confronti (tra le impiccagioni ci fu anche quella di Sayd Qutb, ideologo islamico nonché padre fondatore della Confraternita). Dopo una demonizzazione e un’ostracizzazione durata circa cinquant’anni, il movimento islamico torna sulla scena politica alle elezioni del 2000 conquistando 17 seggi e diventando la principale forza di opposizione. Oggi, a seguito della caduta di Hosni Mubarak e con Mohamed Morsi, la Confraternita è divenuta la prima forza politica del Paese. Tuttavia facendo un’analisi politica sulle conseguenze della “primavera araba” (in Egitto come negli altri Paesi nordafricani), è accettabile affermare il fatto che le “rivolte” hanno cambiato tutto per non cambiare nulla. Se prima nei Paesi nordafricani vigevano regimi laici e progressisti infeudati dall’Occidente, adesso nei rispettivi governi ci sono uomini sunniti occidentalizzati. Di fatto i vertici politici dei Fratelli Musulmani non rispecchiano realmente la base elettorale della Fratellanza.


Il pugno di ferro nel guanto di velluto di Mohamed Morsi 

Il Parlamento ha approvato martedì  una legge – proposta dal presidente Morsi che autorizza l’esercito a schierarsi per le strade con l’obiettivo di aiutare la polizia a garantire la sicurezza e proteggere gli edifici e i siti d’interesse primario, anche con l’arresto di civili.

Dinanzi a questo clima incandescente Mohamed Morsi è intervenuto domenica in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato: “dopo aver letto la Costituzione ho preso la mia decisione. Dalla mezzanotte di oggi dichiaro lo Stato d’emergenza a Port Said, Suez e Ismailya. Durante questo periodo, nelle stesse città, un coprifuoco sarà inoltre in vigore dalle nove di sera alle sei del mattino. Avevo detto di essere contro qualsiasi misura di emergenza – ha continuato – ma avevo anche detto che avrei agito in questo modo se fosse servito per fermare lo spargimento di sangue e per proteggere la popolazione”, ha infine concluso il presidente egiziano. Le parole del “faraone” Morsi non sono bastate per far placare gli animi, anzi. Nella notte di domenica, a seguito delle dichiarazioni presidenziali, migliaia di dimostranti sono scesi per le strade delle tre province in questione per contestare la proclamazione dello stato di emergenza, mentre lunedì mattina al Cairo la polizia ha lanciato lacrimogeni nei pressi di piazza Tahrir contro i manifestanti, che lanciavano a loro volta sassi: secondo quanto riferiscono fonti della sicurezza, un passante è morto dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nella zona fra il ponte dei Leoni, il viale antistante alla Lega Araba e Tahrir.

Il fratello musulmano Morsi usa la strategia “del pugno di ferro nel guanto di velluto”. Come riferiscono i media ufficiali egiziani, Il Parlamento ha approvato martedì  una legge – proposta dal presidente Morsi che autorizza  l’esercito a schierarsi per le strade con l’obiettivo di aiutare la polizia a garantire la sicurezza e proteggere gli edifici e i siti d’interesse primario, anche con l’arresto di civili. E allo stesso tempo ha anche teso la mano all’opposizione e ai leader politici in Egitto invitandoli al tavolo del dialogo nazionale. Il vertice doveva svolgersi alle 18 ora locale e l’obiettivo era quello di porre le basi per un dialogo proficuo che potesse risolvere la crisi politica in atto. Tuttavia il Fronte di Salvezza Nazionale, la coalizione di orientamento laico e liberale presieduta dal Premio Nobel per la pace Mohamed El Baradei, ha annunciato al termine della riunione delle opposizioni il boicottaggio al dialogo. “Il messaggio al popolo egiziano é che non respingiamo il dialogo ma non partecipiamo ad un dialogo privo di sostanza”, ha affermato El Baradei, mentre l’ex candidato alla presidenza Sabbahi ha posto tre condizioni al presidente per accettare nei prossimi giorni il dialogo: Mohamed Morsi deve assumere le responsabilità dei sanguinosi incidenti, ha l’obbligo di impegnarsi a formare un governo di unità nazionale e un comitato “equilibrato” per la modifica della Costituzione. A Il Cairo si respira la stessa aria di un anno e mezzo fa. La comunità internazionale continua a tacere dinanzi a decreti che fanno dell’Egitto “democratico” un regime dove nessun tribunale può contrapporsi alle decisioni o alle leggi emesse dal potere esecutivo o legislativo, persino dove il capo di Stato al potere di sottrarsi al controllo della magistratura garantendosi dei poteri speciali.

Egitto e Occidente: un’alleanza in chiave neo-liberista e  anti-iraniana

Per quale motivo Bruxelles e Washington sostengono un regime poliziesco, fondamentalista e non-conforme alla visione occidentali dei diritti umani?

Intanto mentre l’Egitto vive una crisi politico-istituzionale, umanitaria, sociale ed economica, il membro dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi rafforza i rapporti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America. Bruxelles, attraverso la Banca Europea d’investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), ha promesso un prestito di 5 miliardi di euro. Ad annunciarlo lunedì mattina è stato Michael Mann, portavoce dell’alto rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton. Mentre il capo di Stato egiziano sta negoziando un prestito di 4,8 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Nonostante l’iniziale opposizione degli islamisti al prestito – quando ad essere in trattativa era il governo dei militari – il presidente Morsi ha ripreso e intensificato negli scorsi mesi le negoziazioni e com’è stato annunciato dal premier Hisham Kandil nel corso di una conferenza stampa a Davos, una delegazione dell’Fmi tornerà a Il Cairo entro una o due settimane per riprendere i negoziati. Per quale motivo Bruxelles e Washington sostengono un regime poliziesco, fondamentalista e non-conforme alla visione occidentali dei diritti umani? Dal punto di vista economico la Confraternita ha accettato il patto con il neoliberismo (ha accettato i fondi dalle strutture monetarie occidentali) mentre dal punto di vista geo-politico il “nuovo Egitto” serve ad impedire un’alleanza tra sciiti (l’Iran) e sunniti nel mondo arabo-musulmano (alleanza che potrebbe contrastare l’egemonia israelo-americana nelle regione).

Fonte: Rinascita