Domenico Dolce e Stefano Gabbana lanciano una nuova collezione chiamata Abaya per le donne interamente velate ed è subito “scontro di civiltà”. Sono bastati degli occhiali floreali, delle borsette colorate e delle tuniche a pois per gettare nel panico chi grida istericamente alla “sottomissione” – povero Houellebecq – della nostra società moribonda. Vallo a spiegare a Francesco Borgonovo (e a Dago che ha rilanciato l’articolo apparso oggi su Libero) che l’Occidente di cui parla si è forgiato su quel velo considerato a torto “retrogrado e oppressivo”. La Madonna, madre di Gesù, lo indossava quotidianamente, come viene messo sul capo delle spose quando viene celebrato il matrimonio. Lo portavano persino le vecchie signore italiane negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta (ancora oggi si possono trovare nei paesini e nei borghi del nostro Paese). Se non ci credete andate nei cimiteri e guardate sulle lapidi i ritratti delle persone nate nei primi del Novecento. L’epicentro del discorso però è un altro.  

Dal canto suo, la cultura massificata – di cui fa parte anche la moda – è molto ben disposto a piegarsi alle esigenze della civiltà più forte, che nello specifico è quella islamica […]  Ecco allora che il mainstream si islamizza, fa un piccolo inchino ai consumatori musulmani”, scrive Borgonovo. Ma quale inchino al mondo musulmano, semmai è il capitalismo occidentale – e la maison di moda Dolce&Gabbana ne è l’espressione – a mettere il cappello, anzi il “velo”, sull’Islam. Per capirlo basta rileggere la storia delle sottoculture underground (Dal Punk al Rap passando per gli Hippies). Da gruppi di contestazione agli usi e ai costumi piccolo-borghesi, questi sono diventati con il passare degli anni i migliori alleati del capitalismo, che con il tempo si è trasformato in permissivo e libertario.

Allo stesso modo l’Islam può essere considerato una sottocultura perché come ogni religione attinge alla Tradizione, dunque si regge sui riti e sulla ripetizione di gesti strutturati il cui compito è quello di mettere ordine nel flusso caotico della quotidianità. Con la collezione “Abaya” non si vuole islamizzare la moda, come spiega Borgonovo, ma “occidentalizzare” il mondo musulmano – ridotto a sacca di consumatori – il quale viene pensato, gestito e circoscritto dagli attori del mercato globale, in questo caso D&G. Così il business del “1 Billion Market” (espressione usata da Lorenzo Declich nel libro L’Islam nudo, Jouvence editore) travestito da “terzomondismo islamicamente corretto” – che poi parla più agli emiri, amici dell’Occidente, invece che ai proletari musulmani – va di pari a passo con quella teologia tutta riformistica che preconizza un illuminismo islamico sempre più lontano dalla Tradizione. Il disegno di entrambi coincide perfettamente: il mondo musulmano deve trasformarsi in un sistema valoriale pop e matriarcale, privo di virilità, con il chador firmato e il tacco a spillo. Altro che inchino, è il capitalismo, bellezza!