Il confine che separa la retorica africanista dall’ipocrisia o dal suprematismo è sottile. Anche se, in realtà ipocrisia e razzismo, sono due forme differenti di sfruttamento eredi della tradizione liberal-democratica e progressista anglosassone. Infatti i promotori dell’ideologia razzista, come gli odierni professionisti dell’anti-razzismo, hanno le stesse identiche finalità: colonizzare, diversamente,  l’Africa. Quelli che predicano un terzomondismo da salotto non fanno altro che legittimare la globalizzazione economica (capitalismo per tutti in un mondo senza frontiere) e l’industria sorridente dell’asservimento delle varie organizzazione benefiche. E a furia di mantenerli in uno stato d’inferiorità (quote etniche, politiche immigrazioniste, assistenzialismo, ecc.) continuano a sostenere ideologicamente tutte le “guerre umanitarie” conformemente all’ideologia razzista della Rule Britannia e della Pax Americana.

Ci voleva Walter Veltroni per ricordarci la miseria africana quando promise di trasferirsi per aiutare i poveri bisognosi. Poi non ci andò ovviamente, e preferì lucrare sulla condizione di un intero popolo pubblicando nel 2011 un libro-diario intitolato “Forse Dio è malato”. Il politicamente corretto crea sottosviluppo quanto la politica economica di una multinazionale cinese o occidentale che fa profitto sul continente nero. Lo aveva capito Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso negli anni Ottanta e teorico della rivoluzione burkinabé, che portò in pochi anni il suo Paese dal 143esimo al 78esimo posto per ricchezza nel mondo. “Il Burkina Faso ai burkinabé, l’Africa agli africani” esclamava a gran voce nei congressi continentali invitando tutti gli altri capi di Stato che si trovavano nella stessa situazione di indigenza a non restituire il debito – considerato “uno strumento di controllo che i Paesi ex colonizzatori usavano per tenere in pugno il terzo mondo” -, a svincolarsi da esso, e a riprendere in mano il destino africano con le sole forze dell’Africa.

La questione africana e del suo sviluppo è strettamente legata all’Europa. In primis in relazione al fenomeno dell’immigrazione incontrollata e clandestina che è diventato un problema reale, soprattutto se si prendono in considerazione le stime demografiche dell’area subsahariana. Alcuni di demografi ritengono che soltanto la Nigeria nel 2050 avrà una popolazione di 450 milioni di persone. Sovrappopolazione è sinonimo di carestia, dunque di fame, malattie, povertà. La retorica del “Aiutiamoli a casa loro!” o “Integriamoli!” sono due forme sloganistiche che non aiutano la condizione africana e il suo popolo bensì lo mantengono in uno stato di inferiorità perenne. Per rispondere al neo-colonialismo di suprematisti e professionisti dell’anti-razzismo è di conseguenza necessario auspicare una neo-decolonizzazione sul modello sankariano: solo gli africani possono emancipare il continente nero e tracciare una via di sviluppo reale. Ci provarono i panafricanisti degli anni Settanta e successivamente i teorici della negritudine come Malcolm X e Leopold Sedar Senghor. Ora tocca ai popoli, sacrificati dalla maggior parte delle elite africane, ormai colluse da decenni con quelle occidentali. Dal canto loro, gli europei hanno il solo dovere di lavorare con le elite di origine immigrata integrate nel nostro continente (immigrati di seconda o terza generazione) per formare nelle nostre università la classe dirigente africana e nordafricana del domani, invertire i flussi migratori, interpretare il concetto di autodeterminazione e riorganizzare le comunità locali. Perché con lo sfruttamento ci perdono tutti, europei e africani.