Qualche giorno fa, tornando a casa, mi ritrovo nella buca della lettera un pacchetto abbastanza voluminoso. Sul fronte c’è scritto “Marsilio Editore”. Scarto con foga ed entusiasmo, emozioni che le mail non ti daranno mai, e leggo “La modernità di un anti-moderno”, autore: Massimo Fini. Una bella sorpresa, sapevo che era uscito, avevo parlato telefonicamente con Massimo qualche giorno prima e mi aveva raccontato dell’imminente pubblicazione della sua “opera omnia” senza però accennarmi che mi avrebbe mandato una copia. Sulla prima di copertina “tutto il pensiero di un ribelle”, sulla quarta “ritorno al passato, un pensiero che va oltre la destra e la sinistra”. Dopo aver annusato la carta, sfogliando il manoscritto, apro e leggo la dedica: “A Sebastiano Caputo, che spero rimanga un dissidente”. Un onore sentire l’avvertimento dal retrogusto minaccioso da uno dei maestri (viventi) di giornalismo del sottoscritto.

Lo sperano anche i nostri lettori...

Lo sperano anche i nostri lettori…

Improvvisamente ripenso al giorno che l’ho conosciuto. Annotai qualche riga la sera stessa in un libretto che mi porto sempre dietro ritirato fuori per l’occasione per mettere insieme i ricordi di quel momento così intimo. Erano le 17.30, il 22 ottobre del 2013. Avevo ventuno anni, andai a Milano solo per conoscere di persona lo scrittore che mi aveva avvicinato a questa squattrinata professione. Mi presentai all’appuntamento con largo anticipo, erano anni che aspettavo di conoscere l’uomo che quel giorno mi disse chiaro e tondo “Caro Sebastiano, non bisogna mai conoscere i propri miti, il più delle volte rimarrai deluso”. Ovviamente trascorrere un intero pomeriggio con Massimo Fini fu tutt’altro che una delusione. Da lì lo andai a trovare quasi tutte le volte che passavo per Milano, ma quella prima volta rimase scolpita nel mio immaginario personale.

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L’opera omnia edita dalla Marisilio

Entrai in casa e fui catapultato sul divanetto del salotto, una stanza semplice, l’odore del tabacco appena consumato, sul pavimento i giornali sparsi ovunque, sulle pareti le locandine dei suoi spettacoli teatrali, negli scaffali tutti i volumi ordinati per categoria. C’era anche la sua scrivania di legno. Una vecchia radio poggiata da un lato, al centro, una lampada da tavolo illuminava la macchina da scrivere, una Lettera 35 della Olivetti. “Ti va bene il vino rosso Sebastiano?”, mi chiese. Sul tavolino c’erano i suoi saggi pubblicati dal 1985 ad oggi, finalmente raccolti in un’unico volume – La modernità di un antimoderno – e pubblicati appunto dalla Marsilio. “Eccoci qua, spero non sarai venuto qui per parlare di politica, a me piace conversare di donne e di calcio”, mi disse porgendomi il bicchiere. Alla fine parlammo di qualsiasi cosa per ore, dalla passione per il Toro fino ad arrivare nelle terre afghane popolate dall’etnia pashtun.

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Il salotto del ribelle


La finestra della stanza affacciava su una Milano decadente, grigia, trafficata: “un tempo vedevo le Alpi oggi vedo questo eco-mostro”. Diceva che non c’erano più “le botteghe di una volta” per questo mi aveva ricevuto a casa. Alla fine è nata un’amicizia coronata dalla presentazione della sua autobiografia intitolata “Una vita. Un libro per tutti. O per nessuno” che organizzai a Roma nel maggio del 2015. Ora con questa opera omnia si chiude il cerchio che riapriranno altri, tra cui noi de L’Intellettuale Dissidente, giovani giornalisti instancabili e vittime, come il loro maestro, di stare fuori dal tempo e dalla parte sbagliata della storia. Ma a noi a non importa: il pensiero di Massimo Fini ci insegna che stare in anticipo sui tempi è una posizione scomodissima a breve termine che alla lunga paga. Del resto, Cosi parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche vendette solo 75 copie quando uscì nel 1883, mentre un secolo dopo è diventata l’opera più venduta dopo la Bibbia.