Il profilo dei responsabili delle stragi in Francia è più o meno sempre lo stesso. Mohamed Merah, autore nel 2013 degli attentati di Tolosa, aveva 23 anni, di nazionalità franco-algerina, era cresciuto in uno di quei quartieri degradati dove la delinquenza è imperante. Legato infatti alla piccola criminalità si era avvicinato al dottrina salafita (corrente dell’Islam) che lo portò a radicalizzarsi nei suoi viaggi in Pakistan e in Afganistan. Già noto ai servizi segreti, scriveva canzoni rap e un video su Youtube lo immortala con la sua auto di lusso mentre tra una sgommata e l’altra, fa il segno della pistola con le dita. Così anche Chèrif Kouachi, uno degli attentatori della redazione parigina del settimanale Charlie Hebdo, appena ventenne, era cresciuto in periferia e prima di essere arrestato nel 2008 in quanto componente di un gruppo che inviava combattenti estremisti in Iraq, basata nel 19esimo arrondissement di Parigi, sognava come tanti suoi coetanei di fare il rapper. Nel 2004 appare in un video trasmesso dalla televisione in francese mentre canta e gesticola come i suoi idoli musicali. Tutto torna, ancora una volta. Tra gli stragisti del Bataclan di Parigi, la sala di concerti dove venerdì sera si è svolto uno dei vari attacchi terroristici, c’era un certoOmar Ismail Mostefai, 29enne, l’unico ad aver sempre vissuto in Francia, il quale prima di convertirsi alla Jihad dopo l’incontro con un predicatore belga, girava video in cui “rappava” in lingua francese.

Insomma l’identikit è più o meno sempre lo stesso. Più che fedeli attenti ai precetti del Corano – un Libro che predica un messaggio di pace e non di guerra a differenza di quanto affermano i teologici dell’ultima ora – questi kamikaze assomigliano ai teppisti tipici delle metropoli occidentali. Proprio a Parigi, nei sobborghi come in alcuni centri urbani, è dilagata la figura del racaille o del banlieusard, giovane di quartiere connesso alla delinquenza, culturalmente sradicato, parassitario (una buona parte non lavora e vive di sole sovvenzioni statali), iper-consumatore, cresciuto nell’insegnamento trotskista dell’odio verso le tradizioni francesi, pura imitazione del gangster bling bling americano. E se pensiamo che nella musica hip hop d’Oltralpe lo slogan preferito dei cantautori è Nique la France, che in italiano vuol dire “Fotti la Francia”, tutto torna.

In realtà questi giovani che inneggiano alla Jihad sono il prodotto se non il riflesso di un’Europa priva di cultura e identità: vestono Nike o Adidas, ascoltano rap, hanno il culto delle armi e della prigione, consumano stupefacenti, ostentano beni materiali e macchine di lusso, girano con donne che si credono delle star del cinema, usano un linguaggio violento e apologeta di una cultura ghettizzata, inseguono il mito eroico hollywoodiano. Di sicuro passano più tempo davanti al computer e alla televisione che alla Moschea o sul Corano, che probabilmente non hanno mai aperto.

Loro sono i soggetti perfetti da indottrinare, arruolare, addestrare ed infine sacrificare negli attentati terroristici. Ma questo progetto più ampio finanziato dai petro-dollari del Qatar e dell’Arabia Saudita, grandi alleati della Francia sul piano internazionale, rientra in una strategia ben precisa che va dall’acquisto della squadra di calcio del Paris Saint Germainfino alla costruzione di moschee desacralizzate nelle banlieues con la nomina di “Imam di regime”. L’obiettivo è quello di abbruttire e “ri-salafizzare” (radicalizzare) i giovani musulmani francesi e non. Così quegli “investimenti stranieri” caldeggiati dalla destra liberale francese e quel multiculturalismo esaltato dagli intellò goscisti non fa altro che rinsaldare il cerchio della Jihad globale nella grande civiltà occidentale dei consumi.

Articolo pubblicato su Il Giornale