Articolo pubblicato su Il Giornale

Tra un paio di giorni giorno sarò a Damasco, in Siria. Rimarrò lì diversi giorni per realizzare un reportage su una guerra che dal 2011 sta divorando una civiltà millenaria, crocevia tra Europa, Asia e Africa, terra contesa fin dall’antichità. In principio egiziani, babilonesi, ittiti, persiani, greci romani, arabi e turchi provarono a sottometterla ai loro imperi. Nella Prima Guerra Mondiale Inghilterra e Francia discussero segretamente (accordi Sykes-Picot) sulla sua spartizione dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Nella guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica fecero di tutto per farla rientrare nella propria sfera d’influenza. Negli anni Settanta e Ottanta tentarono di rovesciarla dall’interno i Fratelli Musulmani, mentre oggi a provarci sono i miliziani di Al Qaeda, dell’Isis e di Al Nusra che controllano un’importante porzione del territorio.

Le potenze coloniali e i gruppi di ribelli foraggiati dall’estero passano ma la Siria rimane. E malgrado quattro anni di guerra e l’aperta ostilità di tutti i Paesi occidentali che hanno interrotto i rapporti diplomatici nel 2011-2012, il governo di Bashar al Assad sta riuscendo comunque ad aggirare l’isolamento e la demonizzazione mediatica attraverso una strategia dettata dal soft power (l’intervista rilasciata pochi giorni fa ai media russi e l’organizzazione di incontri politici e culturali aperti agli stranieri rientrano in questa logica). Sono stato infatti invitato in qualità di giornalista da un gruppo di esponenti della società civile molto attivo a Damasco per partecipare alla Conferenza Internazionale per i giovani (tra i relatori ci sono capi delle comunità religiose, uomini politici e intellettuali siriani). Oltre al sottoscritto ci saranno delegazioni studentesche, volontari, reporter e fotografi provenienti da tutto il mondo. Arriverò a Beirut per poi spostarmi nella capitale siriana che avrò l’occasione di visitare. Andrò nei luoghi dove si sono consumati gli scontri tra l’esercito regolare siriano e i suoi nemici: Maaloula, Sednaya.

E se è vero che la prima vittima della guerra è la verità, è un dovere combattere per la sua sopravvivenza. Proverò a raccontare la situazione caldissima che sta attraversando il Paese in maniera semplice, sincera, lucida attraverso articoli, fotografie, conversazioni con la gente della strada, interviste a militari, religiosi e politici. Ero a conoscenza della mia partenza da mesi per questo mi sono preparato prima. È un dovere studiare la storia di un Paese per comprendere lo spirito del suo popolo. Come del resto è necessario andare in quello stesso luogo per riportare i fatti ai lettori senza il filtro di agenzie varie o pseudo blogger “rivoluzionari” che ogni tanto spuntano fuori dal nulla. Dei concetti banali che alcuni giornalisti addetti alla politica estera evitano scientemente. Loro preferiscono trincerarsi in redazione e invocare “libertà”, “democrazia” e “diritti umani”, confondendo troppo spesso il racconto con il giudizio, il giornalismo con la propaganda. Chi vorrà potrà seguirmi leggendo i miei articoli su Il Giornale (rilanciati anche daL’Intellettuale Dissidente, il quotidiano online che dirigo) oppure guardando i video che pubblicherò sui miei profili Facebook Twitter.