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La corsa per Raqqa, capitale del Califfato, oltre ad essere una questione militare è soprattutto una questione di comunicazione politica. La Russia sembra non aver colto questa sottilissima differenza. Incassa vittorie su vittorie sul piano bellico ma perde la partita dell’informazione. Russia Today, l’emittente televisiva in lingua inglese presente in alcuni Paesi è una mosca bianca nella strategia collegata al soft power di Mosca che di fatto non esiste, o perlomeno risulta non organizzata.

Pochi conosceranno il franco-russo Vladimir Volkoff autore de "Il Montaggio" (1984), un romanzo niente male che mescola fantasia e realtà e spiega alla perfezione l'arretratezza della propaganda sovietica anticipando quella statunitense articolata sulla segretezza e l'induzione: quando si parla di mobilitare le masse, in realtà, non si ha che lo scopo di immobilizzarle

Pochi conosceranno il franco-russo Vladimir Volkoff autore de Il Montaggio (1984), un romanzo niente male che mescola fantasia e realtà e spiega alla perfezione l’arretratezza della propaganda sovietica anticipando quella statunitense articolata sulla segretezza e l’induzione: quando si parla di mobilitare le masse, in realtà, non si ha che lo scopo di immobilizzarle

In questo, i russi, sono rimasti ai tempi dell’Unione Sovietica: il sistema di propaganda non si è evoluto come negli Stati Uniti dove il potere massmediatico agisce per frame. Paradossalmente ad applicare “l’egemonia gramsciana” meglio di chiunque altro sono stati i capitalisti, quanto al Cremlino, si preoccupa di interagire esclusivamente con l’opinione pubblica che parla la lingua russa, tagliandosi fuori dal suo spazio esteriore. Un esempio: durante la Seconda Guerra Mondiale, la Russia pur avendo perso 27 milioni di soldati contro le qualche centinaia di migliaia degli alleati americani, hanno lasciato agli Stati Uniti la libertà di scrivere la storia della liberazione. Provate a chiedere ad uno studente europeo qualsiasi chi ha sconfitto il nazi-fascismo in Europa. Vi risponderà: “gli americani con lo sbarco in Normandia”. Così accade anche in Siria oggi.

copertina_russofobia

Un libro straordinario in cui l’autore Guy Mettan mette in luce i pregiudizi che ancora oggi porta l’Occidente a odiare l’“orso” russo e a temere il suo presunto imperialismo. Un pregiudizio che però non viene demistificato dalla Grande Madre che sembra a questo punto preferire la “russofobia”. PS: il volume verrà presentato a Roma l’11 novembre (info qui)

Nella lotta al terrorismo, il Cremlino ha fatto in un anno quello che la Coalizione Internazionale guidata dagli Usa non è riuscita (più per mancanza di volontà che altro) a fare in cinque anni di raid. Del resto combattere Assad è servito ad accelerare l’avanzata del Califfato. Eppure dai media non traspare tutto questo: gli americani hanno preparato l’offensiva su Mosul mediaticamente prima ancora che militarmente. Li vedete tutti quei giornalisti italiani ed europei paracadutati dagli americani al seguito dei soldati iracheni? Sì, proprio quelli che hanno omesso la resistenza siriana contro il sedicente Stato Islamico. Ora sono lì, giubotto anti-proiettile addosso e telecamera in spalla, per raccontare l’avanzata dell’armata Brancaleone verso una città che si è svuotata negli ultimi anni (i combattenti più preparati sono tutti in Siria).

Un capolavoro mediatico, fortissimo sul piano dell’immaginario collettivo, peccato che al seguito della delegazione di musicisti non c’era manco un giornalista occidentale. Dunque è stato tutto inutile

Una passerella giornalistica mica un reportage di guerra. Guerra che nel terzo millennio si vince sul piano della comunicazione politica. L’opinione pubblica invece di ricordarsi il concerto dell’orchestra di San Pietroburgo a Palmira, parlerà solo e soltanto della presa americana di Mosul. Ancora una volta gli Stati Uniti fanno scuola: insegnano al mondo come si può perdere una guerra facendo credere all’opinione pubblica di averla vinta.