Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Il premier greco Alexis Tsipras aveva giocato una partita di scacchi perfetta. L’alleanza trasversale con Anel (destra anti-euro) dopo la vittoria alle elezioni politiche, la nomina alle Finanze di un engagé irriducibile e scostumato come Yanis Varoufakis, i rapporti costanti con la Russia di Vladimir Putin, infine la decisione di far scegliere al popolo ellenico se accettare o meno le misure draconiane imposte da Bruxelles. Dopo i colloqui iniziali però sono arrivati i primi passi indietro che in politica si chiamano umiliazioni. E per quanto possano essere personaggi freddi, i burocrati di Bruxelles, rimangono degli esseri umani in carne ed ossa. Basta un sorriso, una stretta di mano, uno sguardo, a farti dimenticare chi sei, da dove vieni, perché sei lì. In politica la statura è tutto. Alexis Tsipras aveva quella del politico – che oggi non è cosa da poco – e non dello statista. Ma pur avendo ceduto alle condizioni dell’Unione Europea, il premier greco ha il grande merito di aver creato per primo il conflitto nel continente e successivamente, affrontato faccia a faccia chi voleva la sua testa: i creditori.

Ora l’Europa, o meglio la rigorosa Germania, chiede ad Atene di compiere in tre giorni la riforma delle pensioni e dell’Iva, con annesse privatizzazioni nel campo economico. Non solo, ma pretende di rimandare la Troika nella capitale greca (il testo parla di “normalizzare pienamente i metodi con le istituzioni, incluso il necessario lavoro sul campo, per migliorare l’implementazione e il monitoraggio del programma”) e chiude ad ogni possibile rinegoziamento, concedendo al massimo solo un possibile allungamento del periodo di grazia. Ma c’è un dato ancora più importante. Nelle prime stesure, il testo conteneva anche la minaccia di avviare, in caso di mancato accordo, “negoziati per un’uscita temporanea della zona euro”. Dopo l’incontro più lungo della storia dell’Unione, questa parte voluta principalemente dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, è stata cancellata, a vantaggio degli interessi statunitensi, i quali, come ha spiegato l’economista francese Jacques Sapir su Le Figaro, non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche. A trionfare è anche il pragmatismo degli Stati Uniti, tramite il Fondo Monetario Internazionale, che hanno fatto allineare i tedeschi sulle loro posizioni in relazione al futuro del governo greco. L’Euro rimane, ad andarsene potrebbe essere Alexis Tsipras. Come testimonia anche il quotidiano tedesco Bild che ha scritto “Governo di unità nazionale ora ed elezioni in autunno”. Di conseguenza il passo politico sarebbe, per metà, già compiuto: dentro i centristi di Potami guidati dal giornalista televisivo Stavros Theodorakis, protetto dal mondo degli oligarchi ellenici e rimpasto ministeriale con tecnocrati come fatto nel 2011 con Lukas Papademos (uomo della Goldman Sachs). Così fosse, Syriza, non avrebbe più voce in capitolo.

Dalla crisi greca emerge un dato fondamentale: l’Occidente, inteso come comunità di valori condivisi, sorge e tramonta ad Atene. La grande patria euro-atlantica si è rivelata una costruzione artificiosa e innaturale in cui convivono tre mondi estremamente diversi fra loro che non possono assoggettarsi ad un’unica global governance: lo spirito teutonico dettato dall’etica luterana, il pragmatismo anglo-americano, la civiltà mediterranea. Non è un caso che in un momento come questo tutte le grandi o medie potenze occidentali sembrano voler correre da sole e difendere unicamente i propri interessi. Ecco perché ora ridiventa necessario ripensare i blocchi sovranazionali su basi nuove, che siano geo-filosofiche prima ancora che economiche.