Articolo pubblicato in esclusiva per Agielle News

Dakhla – Le “primavere arabe” – nate molto probabilmente in maniera autentica, spontanea, dal basso, per motivi economici, per rapporti di classe, per assenza di giustizia sociale – si sono trasformate velocemente, nell’intera regione, in forme di governo instabili e vulnerabili ad ingerenze straniere. Questo processo storico che ha visto cadere una serie di amministrazioni autoritarie, corrotte e nel passato infeudate dall’Occidente, ma anche laiche e socialiste, ha spalancato le porte a movimenti conservatori. All’indomani dei sollevamenti popolari nella regione nordafricana si sono così affermati – tra il 2011 e il 2015 – una serie di personalità legate a doppio filo con l’Islam politico – o islamismo – ideato da Hasan Al Banna nel 1928, poi evoluto nella potente organizzazione dei Fratelli Musulmani. Nella vecchia Jamahiriya libica i jihadisti, molti dei quali oggi sono sostenitori di Daesh, si sono sbarazzati di Gheddafi grazie all’appoggio di francesi, inglesi e americani; in Egitto si è affermato inizialmente Mohamed Morsi (poi destituito dalla giunta militare) leader della Confraternita; mentre in Tunisia è salito al potere Rachid Ghannouchi, padre spirituale di Ennahda, il partito islamico emarginato nel 1989 dall’ex presidente Ben Ali per le sue tendenze integraliste e estremiste, poi legalizzato dal nuovo governo di unione nazionale all’indomani della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”. 

Paradossalmente il Marocco è riuscito a conservare la sua integrità politica e tutelare la monarchia costituzionale pur vedendo l’ascesa del partito conservatore e legittimista “Giustizia e Sviluppo” che ha vinto le elezioni legislative nel 2012 portando il suo leader Abdelilah Benkirane a capo  del governo. L’intelligenza della Corona fu quella di attuare delle riforme costituzionali subito dopo l’inizio della rivolta. Il re Mohamed VI, salito al trono nel 1999 dopo la morte del padre Hassan II, propose immediatamente un referendum approvato quasi all’unanimità dalla popolazione: da ora in avanti il monarca avrebbe dovuto nominare come primo ministro il capo del partito di maggioranza relativa. Forte delle sua stabilità politica il Paese è riuscito così a costruire un progetto statuale di medio e lungo termine che ha di fatto accresciuto il consenso nei confronti del governo. 

Inoltre i tempi bui del terrorismo di matrice qaedista sembrano terminati, almeno per ora. Gli attentati che nel nel 2003 colpirono il cuore di Casablanca uccidendo 41 persone (a raccontarli lucidamente è il film “I cavalli di Dio” del regista franco-marocchino Nabil Ayouch) rimangono nell’immaginario nazionale un lontano ricordo. Anche la diatriba politico-territoriale con il Fronte Polisario nel Sud del Paese non destabilizza più il governo di Rabat come accadeva negli anni Ottanta. Il rilancio della “Marcia Verde” a quarant’anni dalla sua attuazione dimostra infatti la volontà del re Mohamed VI di avere altre priorità tra queste la creazioni di opportunità e di sviluppo così come la lotta contro la povertà e la disoccupazione. Fattori che come ha affermato in esclusiva per Agielle News lo stesso wali (dall’arabo, “prefetto”) di Dakhla Lamine Benomar “sono alla base dell’emigrazione dal Marocco oppure dell’adesione a gruppi terroristici di matrice jihadista”. In questi non sarebbero più di 500 i marocchini che si sono arruolati nelle file del sedicente Stato Islamico. “Abbiamo un intelligence e un servizio di sicurezza che funzionano e poi il nostro Paese offre un futuro stabile alle persone”, ci racconta con orgoglio Benomar nella sua residenza privata che si affaccia sull’Oceano Atlantico. “E’ inutile chiudere le frontiere – aggiunge – tanto gli immigrati in un modo o in un altro riescono ad entrare clandestinamente, questo succede in qualsiasi Paese, è necessario invece creare un sistema di cooperazione e un rapporto paritario tra nazioni, in particolare tra il Magreb e l’Europa”. 

Il Marocco è un Paese che fa scuola per quanto concerne la gestione dei flussi migratori. Se ad Est le frontiere con l’Algeria sono chiuse, al Sud, al confine con la Mauritania, i controlli vengono effettuati minuziosamente senza abbandonare però i principi dell’accoglienza. “Se abbiamo le risorse gli diamo alloggio e lavoro” afferma il wali di Dakhla che di africani ne vede arrivare di frequente nella sua città, collocata nel be mezzo del Sahara Occidentale, a pochi chilometri dal confine. Mentre con Europa la situazione è cambiata radicalmente negli ultimi anni. In modo naturale c’è stata un’inversione dei flussi migratori: se prima i marocchini vedevano l’altra sponda del Mediterraneo come una terra promessa da raggiungere, ora sono quelle stesse persone che abbandonano il Vecchio continente per ritornare nella loro terra di origine. Ad accelerare questa tendenza sono state le politiche del governo di Rabat che ha imposto alle aziende straniere operanti in Marocco l’obbligo di assumere gente del posto. Nell’ultimo decennio infatti il tasso di disoccupazione è sceso (siamo sotto al 9 per cento, mentre in Europa quest’ultimo è aumentato). Quello marocchino è un caso che fa scuola tanto da spalancare una soluzione pragmatica al problema dell’immigrazione (un problema che tocca tutti i Paesi): la “remigrazione” ovvero l’inversione naturale dei flussi migratori attraverso l’autodeterminazione economica delle nazioni.