Con la risoluzione 2249 le Nazioni Unite fanno in qualche modo da apripista alla dissoluzione del “Siraq”: tutti gli attori in campo possono continuare legittimamente le operazioni militari sul territorio e nei cieli mediorientali. Dal momento che non esiste una strategia comune ed ognuno persegue i propri interessi, la divisione dei compiti (Russia ed alleati operano ad Ovest, mentre la Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti bombardano ad Est) potrebbe implicare una consequenziale spartizione di Siria Iraq. Due Paesi che all’interno dei loro confini racchiudono una combinazione di etnie e minoranze religiose che potrebbe implodere da un momento all’altro a causa della guerra internazionale contro uno Stato Islamico utilizzato in un primo momento e ora destinato a crollare sotto i colpi dei raid. Adesso però è necessario capire cosa ci sarà al posto di quella vasta regione che va da Raqqa a Mosul.

Un secolo dopo gli accordi anglo-francesi di Sykes-Picot, i quali disintegrarono quella che veniva chiamata la “Grande Siria” (vale a dire un territorio vasto confinante con il mar Mediterraneo a Ovest, con il deserto arabico ad Est, con l’Egitto a Sud e con l’Anatolia a Nord), si delinea una nuova balcanizzazione su base confessionale. Un progetto in realtà che viene da lontano e che oggi, di fronte al potenziamento di Iran e Russia nella scacchiera internazionale, viene rilanciato come una soluzione da personalità politiche e dalla stampa occidentale. Allora si chiamava “Nuovo” e “Grande” Medio Oriente, ovvero una road mapmilitare caldeggiata da americani, inglesi, israeliani e sauditi per tutelare i propri interessi nell’area.

C’è già infatti chi Oltreoceano è intorno ad un tavolo con matita e righello. Foreign Affairs, rivista del Council of Foreign Relations (think tank che influenza pesantemente la politica estera degli Stati Uniti) si domanda in questo numero di novembre-dicembre come sarà il Medio Oriente “post-americano” e nell’articolo di apertura si legge “spezzettature per stare insieme”. Non si parla nemmeno più di anti-terrorismo ma di strategia futura nel rimodellamento della regione. Allo stesso modo il New York Times rilancia le tesi di John Bolton, ex consigliere di George W. Bush, ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, oggi tornato all’American Enterprise Institute, il principale think tank dei repubblicani: la creazione del “Sunnistan”, ovvero uno Stato tra il nord-est della Siria e nell’Iraq occidentale in alternativa al Califfato di Al Baghdadi popolato da sunniti. Una soluzione che potrebbe essere molto probabilmente accettata dagli abitanti che hanno accettato l’amministrazione dello Stato Islamico perché “abbandonati” dalle elite sciite e alawite. Ma non c’è solo ilSunnistan. Nei progetti di Bolton è l’intera regione a ricomporsi su basi etnico-confessionale. Il centro-sud dell’Iraq, comprese Bagdad e Bassora, diventerebbe invece uno Stato sciita satellite del governo iraniano degli ayatollah, mentre la costa mediterranea della Siria si trasformerebbe in un piccolo Stato alawita governato da Bashar Al Assad o dai suoi successori e protetto dal Cremlino che di fatto manterrebbe i suoi interessi politico-militari e commerciali. A nord un Kurdistan siro-iracheno riunificato che però rimetterebbe in discussione l’alleanza tra la Turchia e la Nato. Uno scenario avveniristico quanto realistico che metterebbe più o meno tutti d’accordo.

Articolo pubblicato su Il Giornale