Articolo pubblicato in esclusiva per Gli Occhi della Guerra (Il Giornale)

da Teheran – In Iran esiste un’anti-americanismo di Stato stampato sugli edifici di Teheran, eppure la popolazione non sembra affatto immune dall’occidentalizzazione dei costumi. I disegni sui muri che deridono il “Grande” (Stati Uniti) e il “Piccolo Satana” (Israele) sono ovunque, ma quanto è cambiato il Paese quarant’anni circa dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 quando il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini condannò all’esilio lo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi. Quei giovanissimi iraniani che assaltarono l’ambasciata americana, allora soprannominata “covo dello spionaggio”, che un anno dopo si arruolarono volontariamente nei Pasdaran durante la guerra del Golfo (1980-1988) contro l’Iraq, oggi sono cresciuti e vivono nei ricordi del passato. Ormai le nuove generazioni cresciute nella parte Nord della capitale, quelle che sfuggono dal servizio militare pagando una tassa, parlano inglese, vestono Nike, si tagliano i capelli come i personaggi dello star system occidentale. E le donne invece per fuggire mentalmente dall’imposizione del velo, curano prepotentemente le parti scoperte: il trucco schiaccia i colori naturali del viso e il naso viene rifatto da uno dei tanti chirurghi estetici del Paese. In effetti basta entrare in uno dei tanti centri commerciali di Teheran per vedere quanto i valori e l’estetica del capitalismo hanno contaminato una civiltà lontana e antica come quella persiana.

E neppure l’islam politico del clero sciita sembra riuscire a fermare quest’avanzata del Progresso di fabbricazione occidentale. Fuori dal grande edificio di dieci piani già si intravedono le insegne fosforescenti dei migliori marchi europei. Fermiamo due giovani, vestiti da  perfettiganster, impazienti di entrare nel tempio del consumo. Accettano di rispondere alla nostra domanda, telecamera accesa. “Ciao ragazzi che ne pensate del lifestyle americano?”. “È libertà, guardatemi sembro Justin Bieber!”, risponde uno. La mimica è familiare, la maleducazione anche, mentre conversiamo tira fuori l’iphone per parlare con un suo amico. Dentro il centro commerciale invece  “modernizzarsi”  sembra la parola d’ordine, che in sostanza vorrebbe dire proseguire una strada già tracciata ad Occidente. Ragazze camminano senza velo nei lunghi corridoi, altre si scattano i selfie.

I maschi con i loro cellulari ultimo modello accedono a Facebook oInstagram attraverso il VPN (le reti private virtuali e non filtrate). Il fast food, pur non essendo McDonald, lì, è sempre un fast food, iranizzato, e vende Coca-Cola. Sugli schermi dei televisori disseminati in tutti i corridoi viene trasmessa la Tv satellitare (produzione americana con attori locali), che non hanno niente da invidiare ad MTV. E la sicurezza chiude un occhio, se non tutti e due. Come se il governo degli Ayatollah avesse dato l’ordine di lasciar correre questo processo, impossibile da fermare, se non con la violenza. La strategia sembra quella di non reprimere il consumismo ma controllarlo e circoscriverlo.

Lontani dai quartieri altolocati di Teheran, o nelle città sperdute del Paese profondo, si conserva quella specificità tutta iraniana della doppia morale. Le poesie profane di Hafez, canzoniere dell’erotismo mescolato all’edonismo, viene poggiato sul comodino, e il sacro Corano sta riposto in salotto. Perché l’Iran dei contasti è un Paese di anarchici conservatori in cui la sfera pubblica e quella privata sono perfettamente separate. La trasgressione sessuale e consumistica deve rimanere un fenomeno individuale che sta al di fuori dello spazio comune che, regolamentato dalla sharia, deve rimanere egualitario, religioso, decente. Perché proprio secondo il pensiero tradizionale le società dove c’è pervasività della forma-merce, con annessa mercificazione dell’esistente, si trasformano inevitabilmente in società individualiste in cui vita pubblica e vita privata si annullano e dove la trasgressione che diventa norma e pratica sociale e condivisa. E laddove pubblico e privato diventano interscambiabili, inizia la tirannia delle società liberali. La grande sfida per gli Ayatollah è proprio quella di conservare la specificità iraniana di fronte allo spirito del tempo. Dopo l’accordo che ha portato al ridimensionamento del programma nucleare iraniano (luglio 2015) e la fine dell’embargo internazionale (gennaio 2016) l’Iran non è più uno “Stato canaglia”. E aprirsi al mondo vuol dire dover fare i conti con l’occidentalizzazione.