Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

È tornato a raccontarci la sua guerra privata sulle colonne del Corriere della Sera, oggi a pagina 6. L’ultima volta che lo avevamo incontrato era a fine agosto, e ci diceva la sua sulla crisi dei rifugiati e dei migranti che sta precipitando l’Europa nel caos. Ovviamente invitando i Paesi dell’Unione all’accoglienza incondizionata. Il “filosofo” francese Bernard Henri Levy, in arte BHL, è ora al fianco dei peshmerga curdi iracheni di fronte ai miliziani dell’Isis, e sulle colonne di uno dei principali quotidiani italiani spiega ai lettori, probabilmente incantati perché all’oscuro degli scheletri nell’armadio dell’autore, perché lo Stato Islamico perderà la battaglia per il Medio Oriente. Pochi ricorderanno le sue responsabilità nella “balcanizzazione” della Jugoslavia, così come la sua partecipazione in prima persona negli incontri tra il leader dei “ribelli libici”, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy, che poi scatenarono la destabilizzazione del Paese e la successiva guerra contro Muammar Gheddafi. Pochi ricorderanno qualche mese dopo la guerra in Libia, le sue invettive contro Bashar Al Assad lanciate dai salotti parigini in cui richiamava all’ordine il governo francese per un eventuale intervento militarmente, umanitario pardon, in Siria. Pochi ricorderanno le sue sfilate a Kiev dopo l’insurrezione di piazza Maidan per appoggiare i golpisti contro il “governo satellite di Vladimir Putin”, definito nel suo ultimo spettacolo teatrale “il cancelliere del Ventunesimo secolo”, alludendo alla figura di Adolf Hitler. Eppure non ha paura di esporsi nuovamente.

BHL è tornato con la divisa dei pershmega. La causa dei curdi è sacrosanta, ancora di più se dall’altra parte della trincea sventolano le bandire nere, ma troppo comoda se estrapolata dal contesto geopolitico internazionale. Mentre elogia il coraggio di “coloro che vanno incontro alla morte”, sul suo profilo Twitter lo vediamo fotografato in testa ai reggimenti, di fianco ai generali, dietro la prima linea mentre guarda in faccia il nemico durante i combattimenti. Pochi giorni fa appena tornato in Francia, intervistato da Laurence Ferrari su Itélé, Levy affermava che “l’Isis è nato a causa del potere esercitato da Bashar Al Assad”. Secondo BHL bisognava intervenire militarmente in Siria nell’agosto dello scorso anno e appoggiare i cosiddetti “ribelli democratici”, oggi in gran parte confluiti nelle fila terroristiche di Al Nusra e dello Stato Islamico, e che di conseguenza non sono più degli interlocutori credibili né un’alternativa legittima all’attuale governo.

Tante belle parole per i curdi, eppure il reportage dell’intellò francese non offre al lettore una visione globale della crisi siriana. L’odio per Assad rende ciechi alle complessità geopolitiche. A tal punto da non fargli proferire una parola sulla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che non solo ha fomentato le fazioni terroristiche (Al Qaeda, Al Nusra, Isis) in chiave anti-siriana ma per di più con la scusa di combattere lo Stato Islamico ha colpito i curdi che vivono in territorio turco, i fratelli di quelli che BHL ha glorificato nel suo reportage. Nemmeno una riga su chi da Sud, tra Aleppo, Palmira e Damasco, convive e combatte, soli contro tutti, i gruppi terroristici che da ormai un paio di anni hanno messo a repentaglio una civiltà millenaria. Difficilmente vedremo Bernard Henri Levy tra i soldati dell’esercito regolare siriano che combattono con quello libanese di Hezbollah, meglio stare con i peshmerga curdi e svolgere a metà la funzione critica dell’intellettuale. Soprattutto se poi a Parigi e a Roma ti aspettano le telecamere di Itélé e le pagine del Corriere della Sera. Perché in fondo aveva ragione Julien Benda (1867-1956) nel suo pamphlet Il tradimento dei chierici (1927): gli intellettuali alla fine non sono altro che “la milizia spirituale del potere temporale”. Come si dice in francese “show is business”?