La cittadinanza si eredita o merita. Questo principio dovrebbe valere per qualsiasi Paese che non voglia fare dei suoi abitanti “cittadini del mondo”. Che espressione tenebrosa. Non la pensa così la Camera dei Deputati che ha approvato con 310 si, 66 no e 83 astenuti la nuova legge che prevede lo “ius soli” temperato e da uno “ius culturae” in base al quale un minore che sia nato da genitori stranieri nel territorio nazionale o che ne sia entrato in età inferiore ai 12 anni potrà ottenere la cittadinanza italiana frequentando un ciclo di studi almeno quinquennale presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale.

Di fronte a questi stravolgimenti è sacrosanto dunque difendere lo “ius sanguinis”, soprattutto in Italia che da terra di emigrazione è diventata terra di immigrazione, ma farne una questione meramente etnica e identitaria è bassa retorica patriottarda. Non siamo né Stato, né popolo, né stirpe. Ce lo ricorda il libro straordinario dello storico Emilio Gentile. Si fotta il nazionalismo, per dirla con Mino Maccari, perché l’Italia è prima di tutto Strapaese. Penisola di campanili, di città-Stato, di Comuni, delle Signorie, dei dialetti, dei Santi, abitata da un popolo religioso e solidale quanto individualista e provinciale. Ma sono queste divisioni a fare dell’Italia una comunità nazionale. Dal brigantaggio meridionale del secolo scorso fino all’indipendentismo padano o siciliano di questi giorni c’è un sentire collettivo, un filo invisibile che unisce questo sentimento profondo: l’insofferenza nei confronti dello Stato e della cosa pubblica. “La roba di tutti è roba di nessuno” scrive Giuseppe Prezzolini. Ecco che prima di impugnare il tricolore scriviamoci sopra il “tengo famiglia” longanesiano. È in quell’espressione, prima ancora che nel processo risorgimentale, che affonda le sue radici l’italianità.

“Arcitaliani” si diventa mica si nasce. Ad insegnarcelo è la straordinaria vita di Kurt Erich Suckert, in arte Curzio Malaparte.  Uno dei suoi biografi, Giordano Bruno Guerri, lo racconta come “un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire nazionali”. Proprio lui che ha origini tedesche, figlio di Erwin Suckert, un uomo nato a Zittau, in Sassonia, e trasferitosi a Prato all’età di ventiquattro anni, città dove nacque Malaparte. Lui che meglio di chiunque altro ha delineato la pelle degli italiani. Lui che è stato fascista, repubblicano, comunista e antifascista. Ma troppo spesso l’essere “voltagabbana” (come amavano definirlo i suoi detrattori) viene confuso con l’italianissimo spirito anarchico e libertario. L’italianità non è qualcosa di statico e circoscritto (una carta d’identità, un passaporto, un permesso di soggiorno) ma unaforma mentis profonda che si acquisisce col passare del tempo. Si è vero, la nuova legge che sostituisce lo “ius sanguinis” con un “ius soli” temperato rientra nella grande meccanica capitalistica che produce lo sradicamento dei popoli dalle loro terre di origine e il loro lento trasferimento. E se da un lato le nuove generazioni naturalizzate vengono cresciute nei ghetti o educati nel culto dell’odio per l’Italia, è ancor più vero che gli italiani si sono dimenticati chi sono. Nonne e “vecchie zie” a parte.

Articolo pubblicato anche su Il Giornale