Aleppo si trova nel mezzo del ciclone siriano. Finché non vai da quelle parti non puoi capire cosa vuol dire vivere in un Paese in guerra. I ribelli vivono nel quartiere accanto, a pochi chilometri da dove abiti. Spesso un telo appeso tra due edifici o la carcassa di un autobus gettata sulla strada marcano il confine tra le zone di occupazione. Qui ci sono tutti: l’esercito siriano, Al Nusra, Daesh, i curdi. Le bombe esplodono ogni 10 minuti circa, le case tremano, eppure la vita continua inesorabile. 

Scrivo da Roma ma è come se fossi ad Aleppo dove in queste ultime 72 ore si sono intensificati i combattimenti (già si parla di oltre 40 morti e 120 feriti). Vivere in una città assediata dai colpi di mortaio significa tante cose. Ricordo che al primo checkpoint, appena arrivati, il rumore di mitragliatrice lo sentivi a pochi metri dall’automobile. In alcuni tratti stradali l’autista mi consigliava di abbassare la testa per sfuggire dalla visuale dei cecchini appostati negli edifici dall’altra parte del muro di cemento. Per uno come me abituato ad una vita prettamente borghese non è stato facile adattarmi al boato del kalash e dei bombardamenti. Sono rimasto ad Aleppo solo tre giorni perché rischiavo di rimanerci bloccato a tempo indeterminato. Sarei voluto starci di più ma non mi è stato possibile. Quando la guerra si fa intensa l’unica autostrada che collega la città al resto del Paese viene immediatamente bloccata al traffico.

Ora che le brutte notizie le vivo da estraneo ripenso alle splendide persone che ho conosciuto. Ricordo i momenti intensi vissuti lì con loro: la paura di uscire di casa, la depressione che ti assale al mattino, le notti insonne ad ascoltare il frastuono delle bombe. Ad Aleppo prima di andare a dormire è consuetudine ringraziare il Padre Eterno, Dio, Allah, per averti dato protezione. Ad Aleppo ogni istante potrebbe essere l’ultimo. In Siria le persone non si salutano dicendo “Ciao, come stai?” ma “Sei ancora vivo?”, ridendo. In Siria quando un razzo colpisce l’abitazione di un vicino tutti scendono per strada a soccorrere gli sfollati e ripulire le macerie. Racconto una storia come un’altra: un signore straordinario che non cito, originario e residente della città, mi ha accompagnato in giro per tutti quei giorni. Oltre agli occhi pieni di gioia mi aveva colpito il fatto che uscisse di casa sempre elegante e ben vestito. E’ un modo semplice per convincere sé stesso e la sua famiglia che la guerra non può fermare la vita, che all’appuntamento solenne con la morte si sarebbe presentato dignitosamente. Come lui ce ne sono tanti altri. Pregate per loro e per chi non ce l’ha fatta. Pregate per i martiri, non per i morti civili. Le persone vanno chiamate con il loro nome. 

Articolo pubblicato su Il Giornale