L’ultima volta che il governo aveva messo la questione afghana in cima all’agenda politica era stato nel giugno scorso quando Matteo Renzi si recò, giacca mimetica e elmetto in testa, ad Herat, per far visita ai militari italiani che si addestrano nella base “Camp Arena”.

“Vi chiedo di rimanere ancora qualche mese” aveva detto il capo del governo. Questa volta a confermare sul prolungamento della missione Nato “Resolute Support” (una presenza di sostegno e assistenza alle forze locali e non di combattimento), che dal 1 gennaio 2015 ha sostituito la missione Isaf, sono stati i ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti in un’audizione presso la Sala del Mappamondo davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. “Proponiamo che il nostro impegno in Afghanistan si prolunghi anche per l’anno prossimo”, ha detto Gentiloni. Per tirare un bilancio della presenza italiana in Afghanistan, ha osservato il capo della Farnesina, occorre capire che “non ci troviamo solo di fronte agli ultimi capitoli di una storia che si prolunga da 12-13 anni” ma in questo caso “c’è la necessità di far fronte a realtà e minacce parzialmente nuove”.

L’Italia paga dunque le spese di un atteggiamento quanto mai ambiguo in Siria e in Iraq tra gli Stati Uniti e l’Isis. All’interno e al confine del territorio afghano infatti “ci sarebbero segnali di infiltrazione del Daesh (nome arabo per chiamare i terroristi, ndr)”, come annunciato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti. Da ormai quasi un anno i jihadisti stanno cercando di consolidare le proprie posizioni nella provincia orientale di Nangarhar per formare un vero e proprio enclave che funzioni anche da base di reclutamento per le sfide nel Vicino Oriente. Di fronte al caos tribale in parte generato da una politica occidentale fallimentare, la Spagna si è ritirata (il governo ha affermato Pinotti manderà un contingente italiano di circa di 200 militari per compensare l’uscita del Paese alleato), e difficilmente si riucirà a stabilizzare un Paese sempre più diviso in diversi gruppi di potere.

Le fazioni dominanti e in contrasto fra loro sono appunto i talebani “ortodossi” e i miliziani dell’Isis: i primi hanno un progetto patriottico di conquista del potere in Afghanistan nel quale vogliono costituire un governo basato sulla sharia (legge islamica), come accaduto nel contesto di pace relativa fra il 1996 ed il 2001, mentre i secondi puntano all’edificazione di un “Califfato islamico” transnazionale che non prende in considerazione le differenze etnico-religiose e culturali dei popoli che coabitano in questa vasta regione. Cosi nel corso dei mesi scorsi i talebani del Mullah Mohammad Mansur, succeduto al defunto Mullah Omar, si sono divisi fra scontri con le forze di sicurezza afghane e altri con i militanti dell’Isis ed i loro alleati. Ad esempio come pochi giorni fa a Zabul, nel Sud del Paese, dove secondo l’agenzia di stampa Pajhwok i talebani afghani avrebbero impiccato 15 dei 35 militanti dell’Isis catturati nei giorni scorsi. Inoltre alcuni giorni fa un gruppo di comandanti che non riconoscono la leadership di Mansur, considerato troppo filo-pachistano, ha creato una scissione, dando vita all’Alto Consiglio dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ed eleggendo il Mullah Mohammad Rasool capo dell’organizzazione. Questi ha manifestato simpatia per l’Isis, ma “solo fuori dai confini afghani”. Insomma quella guerra iniziata nel 2001 non ha fatto altro che creare nuovi attori che ora giocano una partita in cui l’Italia è spettatore a rischio per conto terzi.

Articolo pubblicato su Il Giornale