Se nella geopolitica la strategia di uno Stato dipende dall’influsso dei fattori geografici, la geoeconomia, invece, “è la logica del conflitto nei metodi del commercio” (definizione di Edward Luttwak). Nel 21esimo secolo i metodi della geopolitica sono limitati dalla deterrenza nucleare e dai nuovi organi sovranazionali (come l’ONU e le varie ONG), i quali possono esporre gli Stati espansionisti al ludibrio internazionale. Da ciò ne consegue che gli Stati, per proteggere i loro interessi, devono districarsi nello spazio strategico con un modus operandi alternativo rispetto al puro attacco militare. In un mondo ormai totalmente intrecciato in dinamiche capitalistiche è lapalissiano utilizzare il confronto economico per indebolire il nemico. Ed è esattamente questa la strategia dei finanzieri di Wall Street (pappa e ciccia con la politica) per indebolire la Russia.

Prendiamo per esempio l’americano Roger Altman, fondatore del gruppo finanziario Evercore, figura di rilievo all’interno del Partito Democratico, oltre ad essere partecipe di noti club sovranazionali. Per Roger Altman l’avventurismo russo in Ucraina può essere fermato non con logiche geopolitiche (cioè inviare truppe NATO o armi americane), ma con un duro e subdolo attacco finanziario.

C’è una migliore strategia disponibile –scrive Altman per il Wall Street Journal- ed è quella di riconoscere la profonda crisi economica della Russia, di rafforzare le sanzioni finanziarie e di far sì che che i mercati globali del capitale costringano la Russia a tornare indietro” 

Questa è la geo-economia targata Wall-Street.

Basti pensare all’effetto domino causato dalle sanzioni (specialmente negli ultimi mesi del 2014): appena le banche straniere hanno limitato l’accesso al credito, le banche russe per recuperare i dollari necessari per le proprie transazioni (e per i suoi clienti) hanno dovuto svendere velocemente il rublo e comprare dollari con dei currency swap costosissimi (poiché il brusco aumento di domanda e la scarsità d’offerta ha aumentato i tassi d’interesse). Il collasso del rublo ha incoraggiato gli speculatori a fare vendite al ribasso, di conseguenza la Banca Centrale Russa è dovuta intervenire bruciando le sue riserve di dollari e alzando i tassi d’interesse in doppia cifra (ma l’aumento del costo del denaro danneggia l’economia russa). Questa catena di eventi ha portato la Russia ufficialmente in recessione, con una fuga di capitali da capogiro, una svendita che ha dimezzato le transazioni nella borsa russa (l’RTS) e l’inflazione al 16% per via dell’aumento dei costi delle importazioni.

E ovviamente non potevano mancare i famigerati derivati: La credit spread curve dei CDS ( Credit-Default Swaps, strumento finanziario che permette di assicurarsi anche per un prodotto che non si possiede, come se un comune mortale avesse un’assicurazione sulla casa del vicino) si è spostata sempre più in alto, indicando che i mercati cominciavano a scommettere su un default a breve-termine della Russia (cosa poi non avvenuta).

E non a caso Altman scrive “i mercati finanziari ora sono la più potente forza del pianeta, molto più forte di ogni arma o di ogni contingente militare- e capace di indurre cambiamenti che né la diplomazia né le armi potrebbero mai ottenere…. In questa epoca se la valuta di una nazione crolla o il suo accesso all’indebitamento finisce, essa non può più funzionare”

La stessa Evercore di Altman, in un documento per i suoi investitori nel dicembre del 2014, avvertiva che la Banca Centrale russa non sarebbe riuscita a vincere la guerra delle valute e che la Russia avrebbe dovuto per forza trovare un compromesso sull’Ucraina (cosa in parte avvenuta con l’accordo Minsk II) per allentare l’aggressività dei mercati. Qual è stata invece la strategia degli altri finanzieri di Wall Street? Nell’autunno del 2014 Goldman Sachs spiegava agli investitori tutti i rischi nel caso volessero vendere al ribasso il rublo, mentre J.P Morgan nello stesso tempo scommetteva contro il rublo e consigliava di vendere il prima possibile azioni russe (descrivendo tale svendita con un’infelicissima espressione ‘sympathy sell-off’…) Nel frattempo i giganti industriali come Ikea, Audi, Jaguar, BMW hanno sospeso molte delle loro attività per via del crollo del rublo.

Negli ultimi mesi la situazione finanziaria in Russia si è relativamente stabilizzata grazie agli interventi monstre della Banca Centrale Russia, la quale ha potuto contare sulle enormi riserve di dollaro accumulatesi negli ultimi 15 anni (quando il prezzo del petrolio superava i 100 dollari….). Inoltre la Russia può contare su un bassissimo livello di disoccupazione (circa il 5%) e un piano Keynesiano anti-ciclico di 35 miliardi lanciato qualche mese fa per aiutare le imprese in difficoltà e i pensionati danneggiati dall’inflazione. Dal 2009 (durante l’amministrazione Medvedev) la Russia ha lanciato un programma di modernizzazione per diversificare l’economia, ma la recente fuga di cervelli e il netto taglio degli investimenti esteri non permette al paese di avere il know-how necessario. Con i BRICS la Russia sta cercando di creare un sistema finanziario alternativo al dollaro, mentre con la Cina la Russia collabora per una maggiore integrazione economica dell’Eurasia attraverso il progetto della Nuova Via della Seta.  Eppure questi cambiamenti strutturali richiederanno ancora molti anni, ma Putin può contare su un forte appoggio della popolazione (a quanto pare al 90%).

Anche Altman si rimane spiazzato dal paradosso di un’economia sempre più in picchiata e di un Presidente sempre più popolare, e la sua risposta stupisce: “Molti esperti sulla Russia notano la profonda e triste capacità del popolo russo nel saper soffrire…essi concludono che la popolarità di Putin non dipende dalle pressioni economiche”. D’altronde anche Dostoevsky diceva che la tormentata anima russa percepiva la sofferenza come un bisogno spirituale: tutti i suoi personaggi più famosi riescono a redimersi solo dopo durissime angosce esistenziali. Forse è questa forza misteriosa che rende il popolo russo così resistente.