Questa proprio non ci voleva. Lo scandalo Panama Papers ha sparato e colpito in pieno il premier inglese David Cameron. Non vi è dubbio che sia riuscito a limitare i danni con uno smarcamento di eleganza sopraffina: non necessariamente, però, sarà riuscito a cancellare con altrettanta rapidità l’ombra che oscura la sua immagine agli occhi dell’elettorato. Non ci si deve dimenticare come David Cameron, dopo il sudato accordo raggiunto con l’Unione Europea, si sia schierato apertamente contro una Brexit. Contrariamente a quanto pare mostrare la crociata mediatica pro-rimanenza nell’Unione, i sondaggi non sono in grado di garantire la vittoria di questo o quell’altro fronte, data la larga fetta di indecisi. Il referendum del 23 giugno, d’altronde, consiste nel decidere se mantenere un piede al di qua dell’UE oppure spostare anche quello, portando di fatto ad una apparente retrocessione temporale fortemente carica di energia potenziale da destinare al progresso.

La filosofia spiccia si spreca a fiumi di fronte ad un dibattito portato quanto mai al limite del “terrorismo mediatico d’uscita” con l’intento di mettere in guardia i britannici sulle conseguenze che scaturiranno dalla loro scelta. Guardando negli occhi le istituzioni comunitarie, però, non si fa che scorgere il terrore che serpeggia nelle fila degli europeisti di Bruxelles. Un uscita della Gran Bretagna dall’Unione avrebbe come prima conseguenza l’irreversibile crollo del dogma europeista, l’immanenza perpetua ed extra-dimensionale in cui è immerso il progetto europeo, intoccabile e indiscutibile. Verrebbero messe in discussione tutte le fondamenta svegliando le popolazioni dal limbo indotto da morfina economico-politica immersa per via venosa da decenni. Per quanto riguarda Cameron e la sua nazione, vi sarebbero alcuni risvolti all’interno dei propri confini decisamente interessanti e sui quali si tace.

Innanzitutto c’è la mera questione contabile, che vedrebbe la Gran Bretagna guadagnare circa 4 mld di euro (calcolati dal bilancio 2014), differenza che sorge dal decaduto obbligo di contribuire al bilancio dell’Unione. Uscendo dall’Unione Europea, la Gran Bretagna recede dai trattati stipulati, tra i quali, naturalmente, il trattato di Maastricht. Oltre alla sua pronuncia, il suddetto trattato presenta una pesante questione: in caso di Brexit la Bank of England, la Banca Centrale inglese, non farà più parte del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali). Decadrebbero, perciò, le clausole che sanciscono il principio di indipendenza della Banca Centrale dal Governo, permettendo sostanzialmente alla Gran Bretagna di riacquistare pienamente la propria politica monetaria. Si tratta dell’articolo 107 che recita: “[…] né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti”. Tale principio si applica anche alla Bank of England, in quanto appartenente al SEBC. Se è vero che dal 1998 la Banca d’Inghilterra è indipendente dal Tesoro e non è più investita del potere di imporre tassi di interesse, col decadere del vincolo imperativo di Maastricht si aprono nuove possibilità, soprattutto in prospettiva futura, relativamente alla questione della politica monetaria. L’avvento e il perdurare (artificiosamente o no) della Grande Recessione devono riportare nell’immaginario comune la necessità di adottare strumenti di riserva di politica monetaria, laddove la consuetudine e la prudenza hanno portato solo ad un ristagno.

Sull’onda del ripristino della piena sovranità nazionale alla Gran Bretagna sarebbe permesso di attivare politiche di occupazione, sostegno statale all’economia e di non essere irrigiditi da norme a volte fin troppo invasive dettate da Bruxelles. Persino voci dalla City di Londra, riportate recentemente in un articolo del Financial Times, si schierano a favore della Brexit. Howard Shore, direttore esecutivo di Shore Capital Group, sorride all’opportunità di non subire più la burocrazia europea: “diventeremmo in grado di liberalizzare la nostra economia, impostare la nostra struttura e le nostre regole in modo per noi soddisfacente”. Non mancano i timori per una fuga di capitali “non fulminea ma graduale”, per citare Alex Wilmot-Sitwell (divisione europea Bank of America Merrill Lynch) “nel caso in cui UK lasciasse l’Unione”. Quello che è certo è che il vento della sovranità soffia forte sull’isola scaldata dalla corrente del golfo: quale che sia il risultato del referendum l’instabilità e la debolezza di Bruxelles rischiano di far implodere l’intera costruzione europea.