La società moderna è disfunzionale alla persona umana. Meccanismi di alienazione e principi capitalisti dettano i ritmi di una marcia senza destinazione: l’obiettivo è prolungare il più possibile il viaggio, giocare per un lasso di tempo più lungo possibile con l’esistenza degli individui. In una società moralmente dissoluta, si pone come necessaria la presenza di un dogma, oggi il “libero mercato”, che tracci una linea tra legittimità e Illegittimità, giustificabile e non giustificabile, giusto e sbagliato. Ogni dogma ha il suo profeta, il pioniere della scuola di pensiero, colui che inaugura nuove ere. Il liberismo ha Adam Smith, conosciuto agli occhi del mondo come il teorico della “mano invisibile”, concetto travisato come tutta la sua filosofia di stampo economico. Ne “La Ricchezza delle Nazioni” l’inglese avvisa: “Il terzo ordine, quello di coloro che vivono di profitto. Egli è il capitale impiegato con la mira del profitto, che mette in attività la più gran parte del lavoro utile d’ ogni società. […] La proposta d’una nuova legge, o d’un nuovo regolamento di commercio che provenga da questo ordine (capitalisti, ndr), deve sempre essere ascoltata con grande precauzione, e non deve essere adottata se non dopo d’essere stata lungamente e diligentemente esaminata, non solo con scrupolosissima, ma con sospettosissima attenzione. Essa proviene da un ordine d’uomini, di cui l’interesse non è esattamente lo stesso che quello del pubblico, che in generale hanno un interesse ad ingannare ed anco opprimere il pubblico, e che in molte occasioni l’hanno ingannato ed oppresso”. Correva l’anno 1776 e Smith aveva già intuito la fisiologica divergenza tra l’interesse privato, egoistico, dei capitalisti e l’interesse pubblico, che mira alla ricerca del bene comune. Il filosofo/economista, pur sempre in un contesto culturalmente liberista, suggerisce precauzione e diffidenza relativamente alle proposte della classe abbiente e dominante: libertà si, ma anche una sovranità tale da preservare la dignità della classe che ha come uniche armi tra le sue mani le istituzioni politiche, per tradizione lontane dalle classi più umili. Di fatto, la vera legge non modificabile è quella dogmatica del Dio Mercato, che nell’interpretazione liberista affronta le crisi disfunzionali a testa alta e nel lungo periodo cicatrizza ferite, riordina i disordini e colloca il progresso in un binario solido e rettilineo.

Un baffuto inglese, un secolo e mezzo dopo, metterà in discussione tale ottimistica credenza: <<Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti>>. Il suo nome è John Maynard Keynes (sua la “Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, 1936) e proprio sull’aspra critica del “laissez faire” segnerà una nuova era della scienza economica. Il mercato, di per sé, si disinteressa della condizione del genere umano: è necessario che lo Stato si faccia parte integrante del sistema economico, come componente attiva, palesandosi attraverso politiche anticicliche nei periodi di recessione. L’organo pubblico deve ritenersi co-responsabile dell’andamento della congiuntura, inteso come un dovere nei confronti dei cittadini, una volta compresa precedentemente la forte influenza che il policy maker è in grado di investire. Ora, Keynes non sta al libero mercato come i fondamentalisti islamici stanno al cattolicesimo. Una sua celebre frase lo colloca più in un ruolo di riformatore, una sorta di Martin Lutero del capitalismo: <<Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi>>. Non è necessario, secondo Keynes, un manifesto nichilista contro il libero mercato: la società umana non è ancora pronta per un’aurora di stampo nietzschiano. Si tratta di un principio ormai costituente le fondamenta culturali intrinseche dell’economia ed è un concetto nato per restare. Questo non significa che tutto sia relegato alla sfera dell’immanenza: il mercato potrebbe essere reso perfettamente funzionale alle esigenze dell’umanità attraverso un intervento, a suo avviso, possibile, legittimo e dovuto delle istituzioni pubbliche. Chi si era spinto oltre, un passo più vicino all’utopia e quasi un secolo prima, era stato Marx con il comunismo, sua creatura dirompente. Nel “Manifesto del partito comunista”, il filosofo di Treviri afferma: <<La moderna società borghese, nata dalla rovina della società feudale, non ha fatto sparire gli antagonismi di classe. Essa ha solo creato, al posto delle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. […] Dove è giunta al potere, la borghesia ha […] distrutto spietatamente ogni più disparato legame che univa gli uomini al loro superiore naturale, non lasciando tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti”. […] Ha risolto nel valore di scambio la dignità della persona e ha rimpiazzato le innumerevoli libertà riconosciute e acquisite con un’unica libertà, quella di un commercio senza freni”. Di fatto l’accentramento in poche mani della ricchezza, del potere economico e di conseguenza politico, mette a dura prova la credibilità etica di un libero mercato che riduce ogni emozione e sentimento ad un mero esercizio contabile. Ovvio, la ricetta Marxista passa per una rivoluzione violenta, dall’onda d’urto paragonabile a quella dell’asteroide che estinse i dinosauri, e nella sua visione radicale va interpretata e freddamente analizzata. Nel 2016, probabilmente, non si è mai stati più lontani dall’estinzione dello Stato invocata da Marx ed Engels.

La mancanza di virtuosità da un liberismo, trainato dall’egoismo umano, che è sempre più la libertà del forte di opprimere il debole era cosa nota nel passato e tuttora riconosciuta. Nel contesto della cultura artistica di massa l’attenzione cade sullo storyteller del New Jersey, Bruce Springsteen, che da decenni descrive la drammaticità del reale. “Sei nato senza nulla/ ed è meglio così/ appena riesci ad avere qualcosa/ loro ti mandano qualcuno/ per cercare di portartela via”, recita in “Something in the night” (1978). Attenzione, quella del “Boss” è una battaglia che non si è placata negli anni. In “We take care of our own” (2012), urla: “Niente aiuti, la cavalleria e` a casa/ nessuno ha udito gli squilli di tromba/ avremo cura di noi stessi”. La realtà, secondo la sua visione pessimistica ma indiscutibilmente lucida, è una presa di posizione del sistema contro l’umile cittadino. Avvoltoi pronti a portare via quel poco che si possiede, un governo che in piena recessione è lontano dal pianto dei disoccupati (vale ancor di più da questa parte dell’Atlantico) e la necessità di avere cura di sé stessi, perché l’unica certezza è quella della propria esistenza. L’artista americano, in preda alla rabbia, descrive i capitalisti come entità maligne, “coloro che ora percorrono la strada da uomini liberi/ hanno portato la morte nella nostra città” (Death to my hometown). La questione si sposta su un livello superiore: l’istituzione sociale che avrebbe dovuto preservare il popolo, la democrazia e i sentimenti di equità, correttezza e garanzia, era lontana. Non vi è dubbio che il capitalismo, e con lui la dottrina del libero mercato, possano essere la forma migliore a cui si può aspirare in questo momento (persino Lenin lo ammette, seppur con forti critiche, in “Stato e rivoluzione”), ma la sua esistenza deve essere accompagnata da una istituzione, da un potere designato dal basso, in grado di tenere le redini di equini dalla forza fisica straordinaria. Imprescindibile è l’abilità di un fantino capace di indirizzare e responsabilmente incanalare: un’utopia che prima o poi sarà necessario riconoscere e considerare come obiettivo legittimo e fondamentale.