Seconda parte di un breve saggio economico

di Nicola Spanu

La seconda parte di questo saggio si propone di analizzare i segni della crisi degli Stati Uniti d’America focalizzandosi nella loro dimensione geopolitica ed economica.

L’11 settembre 2001 segna un punto di svolta nella politica estera americana nel senso che, trascorsi ormai gli anni ’90, in cui l’America celebra il suo trionfo politico e culturale sull’Unione Sovietica ed il modello economico socialista,  essa scopre di avere un nuovo nemico mortale: l’Islam. Inizia la fase moderna di quella che potremmo definire l’epoca dello “scontro di civiltà”, in cui troviamo gli USA coinvolti, in modo più o meno diretto, in diversi teatri di guerra del Medio Oriente, quali l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia, la Palestina (attraverso l’appoggio incondizionato dato ad Israele durante la seconda intifada). Se l’obiettivo della dottrina della “guerra preventiva” propugnata dai falchi neo-conservatori americani era veramente quello di sradicare il terrorismo islamico alla radice, la travolgente entrata in scena dello Stato Islamico (IS), alfiere di un estremismo religioso ancora più radicale di quello propugnato dall’Al-Qaida di Bin Laden, ne ha concretato il definitivo fallimento, specialmente in riferimento alla diffusione di IS in paesi che, come la Libia, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 sperimentarono il fenomeno della così detta “primavera araba”, fortemente caldeggiato dai paesi occidentali. Nel frattempo, senza che il fallimento della dottrina della “guerra preventiva” sembri aver insegnato nulla agli strateghi americani, gli Stati Uniti accettano, volenti o nolenti, l’apertura di un nuovo scenario di conflitto, questa volta con la Russia. Tanto la sconfitta della Georgia nel corso del breve conflitto con la Russia (agosto 2008), quanto l’attuale situazione di stallo in Ucraina – dove gli oppositori del presidente liberamente eletto Victor Yanukovyc, nonostante essere riusciti a costringerlo all’esilio il 22 febbraio 2014, non riescono tuttavia ad ottenere il pieno controllo del paese – costituiscono un ulteriore fallimento del tentativo di espansione della sfera di influenza americana, già fallito in Medio Oriente e ora anche nelle regioni del Caucaso confinanti con la Federazione Russa.

Passiamo ora a considerare la dimensione economica della crisi degli Stati Uniti. Dopo aver speso enormi somme di denaro per finanziare la politica estera “interventista” del proprio paese, i contribuenti americani non hanno ottenuto alcun reale beneficio da questa scelta, in un periodo storico, tra l’altro, in cui gli Stati Uniti si sono dovuti confrontare con una delle peggiori crisi economiche della loro storia: la così detta “crisi dei mutui sub-prime” del febbraio-marzo 2007 (preceduta, vale la pena ricordarlo, dallo scoppio della “bolla delle dot com”, ovvero delle aziende operanti su internet, del 2001-2002). Essa fu causata dallo scoppio di una bolla immobiliare di proporzioni immani, la quale non solo ha portato al fallimento colossi come la Lehman Brothers, ma ha anche colpito duramente la classe media americana, già soggetta ad un processo di compressione dei propri salari ormai quasi trentennale (vedi, per es., lo studio di due economisti della London School of Economics, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, intitolato Wealth Inequality in the United States since 1913: Evidence from capitalized Income Tax Data). Alla rampante disuguaglianza, accresciutasi sempre di più a partire dagli anni ’80 in seguito all’applicazione di politiche economiche di tipo neoliberista e all’abbandono del modello keynesiano da parte della presidenza Reagan (1981), si unisce una crescita abnorme del debito pubblico americano, che, al 2014, ha raggiunto la cifra monstre di 17.810 miliardi di dollari, stando quindi al 101.53% in rapporto al PIL (mentre il rapporto debito/PIL della Federazione Russa nel 2014 è di appena il 13.41%). È uno strano paradosso che il debito americano sia esploso proprio in un periodo di rampante neoliberismo, uno dei cui assunti teorici è proprio la riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia al fine di ridurre l’indebitamento pubblico!

Negli anni successivi all’esplosione della crisi economica del 2007-2008 l’economia americana si trova in difficoltà su numerosi fronti, quali: una ripresa economica asfittica e sostanzialmente debole perché basata non sull’aumento di posti di lavoro stabili e ben remunerati ma sulla speculazione immobiliare e azionaria; il crollo della produttività industriale che, come messo in evidenza dal capo economista di Saxo Bank Max Koefoed, dagli inizi degli anni ’70 ha perso l’81% (siamo al principio di quel processo di delocalizzazione dell’attività produttiva di cui parlammo nella prima parte di questo articolo); ed infine la crisi delle aziende impegnate nell’estrazione del gas da argille (shale gas) in seguito alla caduta del prezzo del petrolio (implicante, tra l’altro, la possibilità che queste aziende non siano in grado di ripagare gli immensi debiti da loro contratti con le banche). L’ultimo anello della catena di fattori che stanno mettendo in crisi il ruolo di leader mondiale degli Stati Uniti è costituito dalla prepotente crescita economica della Cina, che non solo li ha superati diventando a tutti gli effetti la prima economia mondiale (e detenendo, tra l’altro, anche una buona fetta del debito pubblico americano, la quale è pari a 1.3 trilioni di dollari), ma ha anche sfidato apertamente l’egemonia economica degli USA, da un lato istituendo un “currency swap” tra rublo e yuan (implicante l’uso dello yuan, invece del dollaro, negli scambi bilaterali tra Russia e Cina) e, dall’altro, una sorta di nuova “Banca Mondiale”, alternativa alla World Bank e al Fondo Monetario Internazionale, chiamata Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).

In conclusione, il fallimento della politica estera americana e la crisi della sua economia in seguito a quasi trent’anni di politiche economiche neoliberiste rappresentano un fatto pienamente conclamato. Resta da vedere quanto questo stato di crisi si tradurrà in un movimento di opposizione popolare che sappia non solo identificare gli elementi di crisi del sistema (come è stato fatto da movimenti del tipo di Occupy Wall Street), ma anche e sopratutto proporre una visione del mondo alternativa a quella su cui tale sistema di potere è fondato.